sabato 4 maggio 2013

L'elezione del presidente della Repubblica: l'atto politicamente più complicato e fittizio della democrazia Italica.


Per l'elezione del presidente
ora lo scontro è tra poteri deboli

Partiti, Vaticano e diplomazie: la fine dei kingmaker del Colle. E per la prima volta Andreotti non voterà. Secondo l'anziano leader Dc per arrivare al Quirinale "non c'è nessun metodo che garantisca la vittoria, solo errori da non commettere"

di CONCITA DE GREGORIO




ROMA - Dei vecchi non è rimasto più nessuno. È un bene, diranno in molti. Non del tutto, però, se si son portati via insieme all'indecenza dell'antico malaffare anche le chiavi della più misteriosa delle alchimie politiche lasciando i nuovi - i barbari, gli ignari - davanti a una gigantesca porta chiusa. Tutto può cambiare, nella geografia e nella grammatica della politica passata attraverso mutazioni d'epoca ciclopiche e arrivata fin qui al tempo nuovo, il tempo in cui tutto è diverso. Ma c'è una cosa - una sola - che non cambia. Come si fa un Presidente. Cosa governa il gioco, quali sono le regole che portano alla nomina più ambita: quella che dura sette anni, un'eternità quando l'unità di misura del potere sono i giorni. Il segreto, quello, è intatto. Non c'è tsunami che possa violarlo. Il varco per entrare nella porta si trova all'incrocio fra il calcolo e il caso, fra l'esperienza e l'ignavia.

Lo conosce Giulio Andreotti, venti volte ministro e sette presidente del consiglio, che aveva 29 anni quando all'alba dell'11 maggio 48 bussò alla porta di Luigi Einaudi, una villetta sulla Tuscolana, per convincerlo che il suo essere zoppo non gli avrebbe impedito di fare il presidente: "Del resto anche Roosevelt", gli rammentò con discrezione... Ma per la prima volta, questa volta, Andreotti non ci sarà. Se avesse potuto votare, fra qualche settimana, avrebbe eletto il suo dodicesimo presidente. L'unico politico vivente insieme ad Emilio Colombo ad essere arrivato sin qui dalla Assemblea Costituente: Teresa Mattei se n'è andata pochi giorni fa ed era da molto fuori dalla politica, delusa e lontana. Ma Andreotti sta molto male, la sua famiglia non lascia che nessuno lo avvicini.

E' ancora alle sue ultime parole, tuttavia, che bisogna ricorrere per decifrare il primo degli enigmi che portano al Colle. "Non c'è nessun metodo che garantisca la vittoria: ci sono solo errori da non commettere". Sorride, a riascoltare queste parole, Paolo Cirino Pomicino: l'ultimo dei democristiani attivi della vecchia scuola, Forlani essendosi da tempo, dopo il pegno pagato ai lavori socialmente utili cui la giustizia l'aveva destinato, chiuso in un riserbo inviolabile. Dice Cirino: "Com'è noto il vuoto in politica non esiste. Nel tempo in cui gli uomini contano più dei partiti le carte le dà il Quirinale, e Napolitano è lì a dimostrarlo. Il nostro tempo, il tempo in cui i partiti scrivevano la storia, è finito. Non esiste più. Alla supremazia della politica si è sostituito il leaderismo proprietario di cui Berlusconi ha il copyright e che tutti, purtroppo, hanno imitato".

Nel tempo dei leader la selezione della classe dirigente avviene in senso cortigiano: ne deriva la mediocrità della classe dirigente. Nessuno ha più la stoffa né la possibilità di indicare il nome di un presidente come fecero millenni fa Fanfani e Dossetti seduti su una panchina dei giardinetti: ah, poi ci sarebbe da decidere il Presidente.
Nessuno dei nuovi - i giovani neoeletti nel Parlamento che scriverà la prossima pagina di storia - ha memoria e a volte neppure nozione dei lunghi e tortuosi processi le cui minute sono custodite dagli anziani funzionari del Colle. Uno di loro, da tempo fuori dai giochi, sorride alla domanda impertinente - il segreto, per favore, il segreto - e dice così: "I presidenti che ho visto eleggere nelle mia lunga vita sono arrivati al Colle per caso, per obbligo, per sbaglio o per dispetto".

E' così, è una corsa al buio. E' come uno slalom di cui non sia indicato il tracciato. Non ci si candida, al Quirinale. Oggi si dice che Romano Prodi sia il nome che Berlusconi teme, che il centrosinistra cova. Ma non si candida, non può farlo e non deve, sarebbe un errore fatale. La via del Colle è lastricata di cadaveri eccellenti e nobilissimi. "E' una presa in giro molto ben organizzata", diceva Merzagora che ne fu vittima. Emma Bonino, che il 13 maggio '99 quando fu eletto Ciampi prese 15 voti, dice sarcastica che "ci si ritrova eletti per una forma di telepatia collettiva: nessuno pronuncia mai nessun nome ad alta voce a meno che non voglia bruciarlo, poi nella notte - una certa notte - tutti vengono raggiunti nel sonno dall'informazione decisiva e, in trance, votano la stessa persona".
Non è così, naturalmente, ma è anche così. Molti, moltissimi anni fa al nome giusto si arrivava per accordi tra i grandi blocchi di potere: i partiti, che allora c'erano. La Dc, il Pci. "Il metodo del Pci - dice Achille Occhetto ricordando gli anni in cui di quel partito era dirigente, poi segretario - era quello di lasciare che i candidati democristiani si elidessero a vicenda, poi individuavamo l'uomo che rompeva il sistema e all'improvviso convergevamo su quello. Così andò con Gronchi, con Saragat, con Scalfaro per quanto sull'elezione di Scalfaro abbia giocato l'imprevisto, che sempre è in agguato. Lì ci fu la strage di Capaci".

Che si elidessero a vicenda. I verbi che portano al Quirinale sono tutti indicatori di sottrazione: si diventa capo dello Stato per reciproco abbattimento, per evitare l'elezione d'altri, per togliere, per non urtare, per evitare. Nel segreto dell'alta politica spiegato ai profani questo è l'arcano: bisogna lavorare molto, sì, serve un kingmaker ma non è detto che l'ambizione vinca sull'ingenuità, il calcolo sull'errore. Anzi. L'astuzia non paga. Sono stati eletti sempre, quasi sempre presidenti candidati all'ultimo da chi li aveva bocciati prima, accettati in estrema battuta da chi aveva finto al principio di proporli.

Dice Gennaro Acquaviva, che ai tempi di Craxi è stato l'uomo di collegamento col Vaticano, che "oggi gli interessi hanno preso il posto dei partiti".

Vediamoli dunque questi "interessi". Quelli che tradizionalmente hanno orientato la scelta sono la Chiesa, l'America, una volta la Russia, i grandi poteri economici internazionali, le banche. Per questo, dice Cirino Pomicino, "Amato e Prodi sono oggi sulla carta e ai nastri di partenza i candidati forti". Perché a questo bisogna non dispiacere, e in quest'ordine: le grandi banche d'affari e poi l'America ivi compresa la postazione mediterranea d'Israele, infine la Chiesa. "Quando vedo l'interesse dell'ambasciata americana per i Cinquestelle, quando vedo che vanno a rapporto e rispondono penso: quando mamma chiama picciotto risponde".

L'euro debole, il dollaro forte: questo l'interesse Usa oggi, dice il vecchio notabile dc, già consigliere di Berlusconi. E tuttavia non basta questo. Il quadro è mutato e l'imprevisto in agguato. La figura del Presidente della Repubblica, dal principio degli anni Novanta in poi, ha cambiato profilo. Non basta che garantisca le "agenzie esterne", non basta che sia gradito ai santi protettori d'oltreoceano e d'Oltretevere. Deve anche rispondere a una formula - oggi si potrebbe dire laico, condiviso, centrista, di garanzia - che parli allo scenario interno. Deve essere nuovo, dice qualcuno con buoni argomenti, perché nuova è la stagione. Dovrebbe essere donna, dice qualcun altro, è maturo il tempo: ad Amato, che per primo auspicò una donna alla vigilia dell'elezione di Ciampi, toccò precisare, viste le reazioni: "Ho detto una donna, non un coleottero".

Chissà se il nuovo papa Francesco potrebbe essere per Emma Bonino, eterna candidata, meno ostile di quanto non lo siano stati i suoi predecessori. "Certo se mi chiamassero non direi che ho da coltivare tulipani - dice lei stessa - ma credo che non accadrà: tra i mille elettori tende a prevalere lo spirito di conservazione". Sì, tende a prevalere. Disse Giorgio Amendola, poco prima dell'elezione di Pertini, che i candidati - Nenni, La Malfa, Pertini stesso - "parevano una riedizione del Cln, il comitato di liberazione nazionale".

I candidati di oggi - Prodi, Amato, Marini, D'Alema e numerose altre declinazioni di una stagione politica estinta - sembrano una riedizione del mondo di allora. Ma dei vecchi non è rimasto più nessuno, tra i kingmaker sono al lavoro in questi giorni di Pasqua Letta Gianni per il centrodestra, Letta Enrico suo nipote per il centrosinistra: insieme agli auguri si saranno scambiati certo qualche opinione. Il nuovo ambasciatore americano ha ricevuto i Cinque stelle e papa Francesco viene dalla fine del mondo, ha molto altro a cui pensare. Mai come questa volta la posta più alta è stata così incerta. Mai le forze in campo così deboli e variabili, mai il segreto così ben custodito.


Il rogo che brucia i candidati per il Quirinale

Peones, illusioni e piccole grandi vendette. E' il più indecifrabile dei giochi, una palude di sabbie mobili da cui compaiono mostri. Le ragioni di una caduta o di un'ascesa non sono mai quelle che sembrano

di CONCITA DE GREGORIO


ROMA - VELENO, pugnale o franchi tiratori. È così che si uccide un candidato sicuro. Lo spiegò Donat Cattin ai suoi il giorno in cui decisero di far fuori Leone in favore di Saragat, era il 1964 e moltissimi dei parlamentari oggi eletti alla Camera non erano ancora nati. "Moro mi ha detto di usare mezzi tecnici. Io di mezzi tecnici conosco solo questi tre". Sono passati cinquant'anni e siccome nessun candidato è mai stato eliminato col veleno e col pugnale si può star sicuri di quale sia l'arma letale, ancora oggi: i cecchini dell'aula. Lo sanno bene tutti quanti, chi non lo sa - chi ancora pensa che sarebbe bellissimo eleggere al Colle un'alta e nobile personalità libera, una donna o persino un uomo di cultura e di pensiero - sarà bene che si affretti al ripasso.

C'è una ragione semplice per cui il candidato ufficiale, concordato, condiviso alla vigilia non è stato mai eletto, con due sole eccezioni, al Quirinale: quella ragione si chiama voto segreto. 

Dal decalogo delle non-regole di Giulio Andreotti ("Non ci sono regole, ci sono solo errori da non fare"): "Il candidato ufficiale non viene eletto mai o quasi mai perché nel voto segreto c'è la reazione dei peones contro le segreterie di partito". Contro le segreterie quando c'erano i partiti, contro gli interessi ora che ci sono questi, contro un leader prepotente, contro uno sgarbo ricevuto anni prima, contro un processo subito in conto d'altri, contro un collega che ti ha rubato il seggio o la fidanzata quando avevate vent'anni e ora che ne avete sessanta il rancore è ancora tutto lì, armato di truppe di devoti reclutate nei decenni. D'Alema, Amato, Marini e tutti i reduci delle antiche stagioni facciano i loro conti, ripensino alle loro biografie. 

"Temo che possano incontrare più dissenso a casa loro che altrove", osserva Cirino Pomicino. "Avvantaggiato, in questo caso, è chi una 'casa proprià non l'ha più". Intende Amato, certo. E' un'opinione avveduta. Sa bene, il vecchio Cirino, che si possono mettere in campo tutte le strategie più raffinate, lavorare alle intese giorno e notte. Si può stabilire, poniamo oggi, che il lavorìo sotterraneo fra Pdl e Pd per raggiungere una candidatura condivisa converga infine sui nomi che fin dal principio Silvio Berlusconi ha messo in campo per evitare che si ripeta ciò che accadde per la prima volta con Napolitano, cioè che sia il centrosinistra da solo a votare il suo candidato. Potrebbe, anche questa volta dopo il terzo scrutinio - quando basteranno i 504 voti della maggioranza semplice - il centrosinistra potrebbe. Tuttavia la partita è delicatissima, c'è un governo da fare, una fiducia da trovare: l'intesa sul Quirinale è la posta grande, il resto ne deriva. Amato o D'Alema, ha detto Berlusconi al Pd. In subordine si scaldi Marini. Ma non basta, quand'anche si stringesse l'accordo: non basterebbe. 

Come mai, ci si deve chiedere, nessuna altissima personalità della cultura è stata mai eletta al Quirinale? Perché rinunciò Benedetto Croce, scrivendo a Nenni no grazie, perché non fu mai Toscanini? Perché nessun leader di partito, nessun potente, nessun padre della Patria? Non sono stati eletti Nenni, De Gasperi, Moro, Andreotti, Fanfani, Spadolini, La Malfa, neppure Forlani né De Mita. Non-regola andreottiana numero tre: "Al Quirinale non può andare un leader di partito, né tanto meno di corrente". E perché mai? 

Perché in un altro tempo, un tempo diverso da questo, la politica dei partiti era più importante del Colle e lo manovrava. Perché servivano uomini in fondo grati. Il Quirinale non aveva tanto peso quando a decidere la politica erano le segreterie. De Gasperi non volle andarci mai: "Al Quirinale mi sentirei già morto". E però le cose sono cambiate almeno due volte: la prima con Scalfaro, eletto all'alba di Tangentopoli. Una mutazione genetica, quella del '92-'94. La scomparsa delle culture di riferimento dei grandi partiti della tradizione europea (socialisti, cattolici, liberali, verdi) sostituita dal programmismo e dal leaderismo. Un leader, un programma. È così che inizia il trasformismo parlamentare, sconosciuto o quasi nei primi 40 anni di vita della Repubblica. La seconda rivoluzione oggi: ora che la politica si scrive (anche) sul web e che il leaderismo si trasforma in settarismo dal sapore, in qualche caso, autoritario. Ora che c'è nebbia e nessuno vede più l'orizzonte, ora che il Quirinale rischia di diventare l'ultima trincea su cui si arroccano i vecchi poteri. Se ci riescono ancora, se possono. Se il tempo nuovo si distrae e non fa in tempo a decifrare i geroglifici delle vecchie regole. O non-regole, peggio.

E' il più indecifrabile dei giochi, questo. E' una palude di sabbie mobili da cui compaiono mostri mai visti prima. Le ragioni di una caduta o di un'ascesa non sono mai quelle che sembrano. Raccontano che Fanfani, per esempio, non arrivò mai al Colle "anche perché si temeva molto la moglie, donna quanto mai energica e paladina di buone cause, dispensatrice di premi". Una concausa, certo, ma ci fu anche questa: troppi premi da dare, troppo protagonismo difficile da disinnescare. 

Racconta anche Gaetano Gifuni, per molti anni segretario generale del Senato e poi del Quirinale con Scalfaro e con Ciampi, che chi chiuse la partita su Saragat fu Moro e lo fece ad una condizione mai sin qui censita: che richiamasse in servizio alla segreteria generale il barone Picella, detto 'baron glacèe', uomo freddissimo e di grande sapienza istituzionale in cui Moro riponeva la massima fiducia, cerniera essenziale nel caso di ascesa di un socialdemocratico al Colle. 

Poi certo, hanno pesato le faide, i risentimenti, i calcoli, le ingenuità. Andreotti: "Merzagora pensava di essere eletto perché pranzava spesso col comunista Scoccimarro. Aveva confuso la cortesia con i voti". Merzagora, bruciato in tre giorni: "Mi fecero giocare a mosca cieca. Vennero in delegazione alle dieci di sera a garantirmi voti che non avevano. La notte mi affondarono". E' sempre la notte, che affonda. 

Morì di notte la candidatura di Sforza, "cacciatore di gonnelle in attività". Per Pertini Giancarlo Pajetta telefonò di notte a Zaccagnini: "Ricorda che mi hai dato la tua parola di partigiano". Ricordo, rispose lui. Morì tre volte quella di Fanfani e fu lì che si perfezionò il controllo dei franchi tiratori, l'arma letale: si controllavano i cecchini facendo scrivere loro il nome a penna rossa o a matita, a qualcuno si chiese di anteporre un titolo, certi dovevano scrivere professore, altri senatore, altri ancora presidente. Si potevano contare, così.

Quarta e quinta non-regola: giocare d'anticipo, disinnescare gli avversari. Di Pertini dicevano che era vecchio, aveva 82 anni. Lui chiamò i cronisti e dettò alle agenzie: "Mio fratello è morto a 94, mio padre ha superato i novanta e anche mia madre, a 90, è morta perché è caduta dalla sedia". 

Bisogna poi saper organizzare una fronda, come ha spiegato bene Ciriaco De Mita ripercorrendo l'elezione di Cossiga, unico insieme a Ciampi a passare al primo scrutinio. Fu una resa dei conti in casa Dc appoggiata dall'opposizione, ma in segreto e proprio all'ultimo minuto. Serve qualcuno che lavori per te facendo finta di lavorare contro. Serve qualcuno che ti avvisi quando è il momento di sfilarsi: Andreotti aveva avvisato Fanfani, "non farti buggerare". Fanfani, con le stesse parole, aveva avvisato Nenni. Contro Fanfani e per Gronchi si era schierato Pertini, complice l'eterno Andreotti. Fanfani però ci aveva sperato fino all'ultimo, fino a quanto gli toccò leggere su una scheda "nano maledetto non sarai mai eletto". Era lì, in piedi, accanto al presidente della Camera. I suoi lo avevano avvertito: lascia perdere, è una trappola. Era vero, ma vai a sapere di chi ti puoi fidare. Certo non degli amici, questo è sicuro.


Il Colle del potere proibito alle donne

Dalla baronessa alla Iotti, l'elezione alla presidenza della Repubblica è sempre stato un gioco da uomini.. La distanza tra i reduci della politica di un tempo e lo tsunami che monta sul web è insieme millimetrica e abissale: è come un mostro fuori dalla porta chiusa a chiave. I grandi elettori uomini che fra dodici giorni voteranno il prossimo capo dello Stato non ci credono. Le donne fanno gesti come a dire "sarebbe bello, ma tanto è impossibile" 

di CONCITA DE GREGORIO



RIDONO, sbuffano, fanno l'aria di quelli che gli stai facendo perdere tempo. Poi tornano seri e fanno finta, perché lo capiscono - da qualche parte, nel corpo o nella testa - che non possono mostrarsi insofferenti, non sta bene, e allora dicono cose come: "In fondo le donne non sono adatte al potere. Sono pratiche, invece il potere è un gioco tutto astratto. È obliquo, le donne sono dirette".

Cioè: si mettono nei loro panni, per così dire, e le liquidano da lì. Parlare oggi, aprile 2013, coi grandi elettori che fra dodici giorni voteranno il prossimo Presidente della Repubblica dell'eventualità che possa essere una donna è un'esperienza di interesse antropologico. Non ci credono: le donne fanno gesti come a dire "sarebbe bello, ma tanto è impossibile", i vecchi non capiscono la domanda, ti parlano delle mogli e ti raccontano con sguardo sognante di quella volta che donna Vittoria Leone, che tempra, che capelli. I leader e i kingmaker, per altre ragioni in notevole affanno, ti dedicano cinque minuti giusto perché hanno l'occhio ai social network e vedono l'onda che monta in rete. La distanza tra i reduci della politica di un tempo e lo tsunami è insieme millimetrica e abissale: è come un mostro fuori dalla porta chiusa a chiave. 

Nel mondo reale, là fuori, gli elettori dicono Emma Bonino, Cancellieri o Severino, Finocchiaro se non fosse che talmente tante volte, troppe volte Anna Finocchiaro ha di buon grado, "come un soldato" - dice sempre - accettato candidature al massacro. Emma Bonino, che sì è una donna pratica come concreto deve essere chi vuol cambiare le cose, dice che "se il posto non te lo prendi da sola finisce che ti cooptano nei consigli di amministrazione, magari, e poi ti chiedono di portare il caffè". Margherita Boniver, sua sponsor nel '99: "Quando Giuliano Amato propose Bonino i capoclasse della politica dissero che era provocatorio, ma si guardarono bene dallo spiegare in cosa consistesse la provocazione. Non potevano". Nel mondo dietro la porta chiusa - quello dei grandi giochi cifrati e coperti - siamo fermi al '46, quasi a settant'anni fa. Non è un'esagerazione, state a sentire. 

Nel mese di giugno del '46 Guglielmo Giannini propose per il Quirinale una donna come "condanna di un mondo politico incancrenito". La cancrena, oggi si usa dire il cancro. Lei era Ottavia Penna da Caltagirone, nata baronessina Buscemi. Antifascista, eletta alla Costituente nella città culla della Dc: Mario Scelba se ne lamentò per lettera con Luigi Sturzo. C'erano 21 donne, 556 uomini in quell'Assemblea. La baronessa da ragazza si aggirava con un coltello, di notte, a tagliare i sacchi di grano che i baroni della sua terra destinavano illegalmente al mercato nero anziché all'ammasso. Altre notti prendeva le carni macellate dalle sue fattorie e le portava agli indigenti. Aveva studiato al Poggio Imperiale, poi a Trinità dei Monti.

Anticomunista, monarchica. Giannini la candidò contro De Nicola, che ebbe l'80 per cento dei voti: gli mancarono quelli del partito repubblicano e i 32 andati ad Ottavia Penna. Dal Giornale di Sicilia del 29 giugno 1946: "Molto commentati i voti che escono dall'urna in favore della deputata qualunquista siciliana. Guglielmo Giannini, con la sigaretta spenta tra le labbra, rientra nell'aula e salito al banco dove siede la candidata del gruppo s'inchina a baciare la mano della signora, per una singolare affermazione di qualunquismo designata alla presidenza". Una 'singolare affermazionè che il leader dell'Uomo qualunque spiegava così: "Una donna colta, intelligente, una sposa, una madre. L'abbiamo scelta per opporla alla tirannia dei tre arbitri della cosiddetta democrazia: costituisce per noi la condanna di un mondo politico incancrenito". 

Superfluo sottolineare i rimandi con la cronaca. Ottavia Penna lasciò la politica delusa "dai compromessi", sul finire dei suoi anni esprimeva la contrarietà a "questa repubblica" incollando sulle lettere i francobolli a testa in giù. Si devono aspettare 32 anni perché un'altra donna, la dc Ines Boffardi, prenda un voto per il Quirinale: uno di numero, battute beffarde in aula. E' il 29 giugno del 1978, non proprio il Medioevo. Primo scrutinio dell'elezione che dopo dieci giorni porterà all'elezione di Pertini. Battute sarcastiche in aula, di nuovo. Pertini: "C'è poco da ridere, onorevoli colleghi. Anche una donna può diventare presidente, lo sapete?". Già, lo sapete? Pajetta aveva battezzato Boffardi la 'pasionaria bianca': decima di undici figli, famiglia operaia, presidente dell'Azione cattolica, due volte sottosegretario con Andreotti con delega alla 'questione femminile', ferrea antiabortista e presidente dei consultori di ispirazione cristiana voluti dalla Cei. Voleva la pensione per le casalinghe, la parità di retribuzione, più donne nelle liste europee. "Incontrai una evidente opposizione", dice, ancora vigile. Una evidente opposizione. 

In quell'elezione - Pertini, luglio '78 - quattro voti per il Quirinale vanno a Camilla Cederna, la giornalista che aveva appena dato alle stampe "La carriera di un presidente", libro inchiesta che aveva avuto grande parte nelle dimissioni recentissime di Giovanni Leone. Tre voti a Eleonora Moro, la "dolcissima Noretta" delle lettere dalla prigionia, a un mese e venti giorni dall'assassinio del marito. Camilla Cederna, Eleonora Moro: messaggi in bottiglia, a chi doveva intendere. Punture di spillo. Nel 1985 passa al primo scrutinio Francesco Cossiga. Nell'urna di vimini ci sono ancora otto voti per Cederna, tre per Tina Anselmi. Classe 1927, staffetta partigiana nella brigata Cesare Battisti, veneta. Prima donna ministro in Italia, nell'Andreotti terzo. Dall'81 all'86 presidente della commissione P2. Anche quei tre voti per la presidente della P2 sono un messaggio: ai massoni, ai golpisti. Un buffetto, un pizzicotto.

Il maggio '92, elezione di Scalfaro, è il momento del fuoco breve di Nilde Iotti. 183 voti al primo scrutinio, 245 al terzo. Passa in testa al quarto: 256. Fra il quinto e il senso combatte con Forlani. Scalfaro, che risulterà poi eletto, è a 6 voti. Iotti è di nuovo in testa al settimo scrutinio, 233 voti, e all'ottavo. Poteva sembrare vero. Sparisce al nono, 3 voti e 200 bianche. È eletto Scalfaro due giorni dopo la strage di Capaci. In quell'elezione presidenziale, nel '92, ebbe un voto Sophia Loren ma erano tempi in cui lo star system era considerato inessenziale: quel voto non risulta agli atti, fu conteggiato come nullo.
Nel 1999, il 13 maggio, Ciampi passa al primo scrutinio. Rosa Russo Jervolino ha 16 voti: un modo per dire non ci avete convinti, non siete voi i depositari del nuovo. Emma Bonino, sostenuta dal comitato Emma for president con lo slogan "l'uomo giusto al Quirinale", ne prende 15.

Nel 2006 nasce il comitato "Tina Anselmi al Quirinale": l'8 maggio iniziano le votazioni, in tre giorni e quattro scrutini è eletto Napolitano. Prendono 24 voti Franca Rame, 2 Lidia Menapace, partigiana femminista e cattolica, fondatrice del 'manifesto'. Al secondo scrutinio 3 voti vanno a Maria Gabriella di Savoia figlia di Umberto, per gli addetti ai livori e per i goliardi 'un'altra figlia del Re', 3 voti vanno a Giuva nel senso di Linda, moglie di D'Alema. Tre, per equilibrio sapiente, alla giornalista Barbara Palombelli. Tutti messaggi cifrati, e chi ha orecchie per intendere intenda. Tutti pizzini di un linguaggio da iniziati. 

Poi se chiedi oggi, di una donna al Quirinale, i vecchi ti rispondono di quella volta che JFK disse a Vittoria Leone, vedendola per la prima volta e facendole un leggero inchino: "Ora capisco il successo di suo marito". Un po' l'equivalente, fatte le debite proporzioni, delle gote gonfie e della mano rotante di Silvio Berlusconi al cospetto di Michelle Obama. Belle, sì. Però non è questo il tema. Nemmeno la storiella che Peppa Cossiga toglieva il piatto da tavola se il marito non arrivava a cena alle otto, che Carla Voltolina non si trasferì mai a Roma da Genova e che Marianna Scalfaro era la più ascoltata del padre. No, quando si dice una donna al Quirinale non si parla di questo. Ma ridono, sbuffano. Non capiscono, o imbarazzati fanno finta.


Quirinale, un gioco di burattini e burattinai: 
quando le forze oscure guidano l'elezione

I segretari generali e la lotta di potere che condiziona i candidati. Come diceva Francesco Cossiga: "Il potere ha bisogno di gente che sa stare al microfono e di gente che regala sintonia. E' più importante chi manovra l'audio di chi parla"

di CONCITA DE GREGORIO



I BURATTINAI, le salamandre, gli spioni. C'è un mondo sopra, ombre semivisibili nella nebbia che sempre prelude al conclave del Quirinale, e un mondo sotto, un mondo dietro. Ancora più impalpabile, ineffabile, innominabile.

Nomi che non si leggono mai, quasi mai sui giornali. Una battaglia silenziosa di manovre felpate, coi buoni e i cattivi che somigliano - per dirlo a chi ha meno di trent'anni - a certi eserciti delle saghe fantasy. Sono tutti tessitori di trame ma alcuni difendono l'Impero, altri lo insidiano. Portano maschere, cambiano aspetto. Chi ha vinto lo si capisce sempre dopo, a guerra finita. "Perché il potere è fatto così - disse Francesco Cossiga durante un viaggio in cui era molto di buon umore, andava nei Paesi Baschi ad incontrare di nascosto alcuni fiancheggiatori dell'Eta, una sua passione - il potere ha bisogno di gente che sa stare al microfono e di gente che regola la sintonia della radio. Io ora faccio tutt'e due le cose, ma se dovessi scegliere direi che è certo più importante quello che manovra l'audio di quello che parla. Chi parla è un burattino, chi manovra è il burattinaio". 

Cossiga, eletto presidente al primo scrutinio per uno dei rari patti efficaci fra Pci e Dc, aveva altre passioni, oltre alla consuetudine con terroristi ed ex terroristi di varie latitudini - li chiamava "resistenti". Era pazzo per la massoneria, per i servizi segreti, per i militari. Appena eletto, Pertini ancora in carica, si era presentato al ministero della Marina ed aveva aperto la porta del Capo di stato maggiore Marulli, incredulo: "Capitano di fregata Francesco Cossiga ai suoi ordini", gli aveva detto mettendosi sull'attenti. Riceveva generali e semplici spalloni dei Servizi al Quirinale, l'ammiraglio Fulvio Martini presenza costante, costoro gli portavano in dono soldatini per la sua collezione. Una volta - c'era una cronista, di fronte a lui - telefonò chiamandolo "carissimo" al colonnello Tejero, golpista di Spagna, da anni irreperibile per chiunque. Un'altra volta ricevette un giornalista seduto a terra fra i suoi "baracchini": passava le giornate così. Parlava alla radio in frequenze speciali, il suo nome in codice era Andy Capp. Stava in maniche di camicia seduto sul tappeto e smanettava i grandi apparecchi assistito dall'elettricista di palazzo, l'amico Pascucci. In stanza aveva quattro telefoni, tre tv e sempre una scatola di cioccolatini Baratti. Francesco d'Onofrio andava spesso a riferirgli le cose della politica. Di più gli piacevano però i retroscena dei massoni, di cui il Parlamento - diceva - era colmo. Sarebbe stato entusiasta, oggi, di manovrare e decifrare le primarie per l'elezione del prossimo Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, Raffi scade nel 2014 e i giochi sono aperti. Avere un massone al Quirinale è sempre stata l'ambizione suprema, per i fratelli. Cossiga aveva in materia una biblioteca e un'agenda sterminata. 

Fu con il Picconatore presidente che si vide l'ultima volta Licio Gelli passeggiare sotto i portici del Cortile d'onore. Aveva conservato, da tempi remoti, qualche buon amico. Gelli, sia detto sempre per chi ha meno di trent'anni, è stato a capo (o al microfono, per meglio dire. Altri alla sintonia delle frequenze) della loggia massonica deviata chiamata P2 che ha innervato di sé per decenni il destino del Paese arrivando in più di un'occasione a un passo dal prenderlo, ammesso che si possa dire che non lo abbia preso. Una sorta di Gollum della saga fantasy. Golpista, era entrato al Quirinale con Saragat complice la passione del Presidente per la caccia. Gelli lavorava per Giovanni Pofferi, padrone della Lebole di Arezzo che aveva anche un'azienda di materassi. Questo Pofferi desiderava molto essere nominato Cavaliere: mandò a Roma Gelli, che in poche settimane riuscì ad agganciare un paio di funzionari del Quirinale, il ministro plenipotenziario Raffaele Marras e il colonnello dell'aeronautica Otello Montorsi, attraverso di loro fece giungere al segretario particolare del presidente Costantino Belluscio un invito per il Presidente nella tenuta di caccia in toscana di Pofferi. Invito accettato. Nel corso della presidenza Saragat Licio Gelli partecipò come ospite - risulta agli atti - a sedici ricevimenti al Quirinale anche in occasione di visite di capi di Stato. Era registrato alla voce: "altri ospiti". Il giorno dell'elezione di Giovanni Leone, era il dicembre del '71, mandò un telegramma a doppia firma col gran Maestro Lino Salvini: il messaggio era per il presidente, rivendicava il merito di aver concorso alla sua elezione con le decine di parlamentari che diceva di controllare. Chiedeva udienza, perciò, al nuovo capo di Stato. 

In quel periodo Licio Gelli alloggiava all'Excelsior di via Veneto. Vedeva per consuetudine una volta alla settimana Andreotti, faceva spesso colazione con Forlani, due volte al mese era invitato a cena dal presidente del Senato Fanfani, la moglie Maria Pia gli serviva sformatini di verdure che - annota nei suoi diari - gli provocano costanti attacchi di stomaco. L'incontro con Leone gli fu accordato qualche tempo dopo la richiesta dal Segretario generale Nicola Picella, che aveva ricoperto quel ruolo anche con Saragat. Più avanti Gelli provò a far ricevere al Quirinale il generale argentino Massera, questa volta per buona sorte senza successo. Il 15 giugno '78, all'alba, lo chiamò uno dei suoi informatori dal Colle: il Presidente sta per dimettersi, gli disse. Informazione corretta. Leone se ne andò alle dieci di sera, sotto il diluvio. La mattina dopo Gelli disse a Franco Picchiotti, ex capo di stato maggiore dei Carabinieri: "Troppo presto e a sorpresa. Si vota fra 15 giorni. Se avessi avuto un mese il prossimo presidente lo avrei fatto eleggere io". Millantava spesso, ma non sempre e non del tutto. 

Sono passati quasi quarant'anni e sono cambiati i nomi, i volti, la natura e la ragione delle pressioni. Non è cambiato però il ruolo di chi quelle pressioni può favorirle o respingerle, di chi può servire le istituzioni o tradirle. Sergio Piscitello, antico funzionario del Colle, racconta che grande è il potere delle "salamandre", coloro che riescono a cambiare colore restando al loro posto, così come immenso è il potere delle "vestali", i devoti del servizio, custodi della Presidenza addetti a respingere gli attacchi. 

La figura del Segretario generale del Quirinale è strategica nella battaglia. Può aprire o chiudere la porta. Per dirne solo una: tutti gli atti alla firma del Presidente - tutti - passano dalla sua scrivania. In molti casi le forze politiche che hanno determinato l'elezione del Capo dello Stato hanno posto al candidato come condizione la scelta del segretario generale. Moro andò da Saragat a dirgli: ti votiamo, ma devi richiamare in servizio Nicola Picella. Saragat eseguì. Il barone Picella, nobiluomo di origini liberali, era stato segretario generale sul finire della presidenza Einaudi. Entrambi zoppi - Einaudi a destra per un incidente giovanile, Picella a sinistra per la poliomelite - avanzavano nei corridoi del Colle affiancati, le due gambe sane al centro, tirando uno da un lato l'altro dall'altro. Li chiamavano, per questo, gli sciatori. Di Picella si ricordano le telefonate laconiche: "Hai avuto quella carta? Perfetto. Mettila via". Dopo Gronchi e Segni Moro volle che Saragat, di cui non si fidava fino in fondo, fosse sotto la tutela del gelido Picella, il "Baron Glacèe". Allo stesso modo molti anni dopo la permanenza di Antonio Maccanico al Colle fu una delle condizioni che De Mita, Chiaromonte e Andreotti misero all'elezione di Cossiga a suggello del patto Pci-Dc. Come De Mita, Maccanico - che aveva assistito da Segretario generale l'esuberante settennato di Pertini - era irpino. La geografia in politica ha il suo peso. Difatti Cossiga accettò la condizione fino a che la "brigata Sassari" non fece prevalere la pretesa che nel posto chiave andasse il sardo Sergio Berlinguer, cugino del presidente. In una catena di scale mobili fuori sincrono - i presidenti passano, i segretari generali restano - Cossiga provò a sua volta a vincolare l'elezione di Spadolini, indicato come probabile suo successore, alla permanenza di Berlinguer al Colle. Il patto fu stretto ma la strage di Capaci cambiò la rotta della storia e fu eletto, all'indomani dell'assassinio, Scalfaro. 

Con Oscar Luigi Scalfaro, presidente imprevisto, le "forze oscure" subiscono un colpo mortale. Con la stessa intransigenza con cui in gioventù schiaffeggiava le signore scollate dal momento esatto della sua elezione l'uomo del "No, io non ci sto" smette di aprire le buste con lo stemma cardinalizio, cessa di rispondere al telefono. Siamo nel pieno di Tangentopoli, '92-'94. Agli antipodi da Silvio Berlusconi ("Mi dava, coi suoi modi, fastidio persino fisico", diceva l'ex presidente solo pochi mesi prima di morire) chiama accanto a sè dal Senato Gaetano Gifuni, che era stato con lui ministro nel breve governo Fanfani. Le porte del Quirinale restano impermeabili, in quegli anni, agli spioni ai generali e ai burattinai. A molti leader politici, persino, che difatti iniziano a considerare Scalfaro un problema. Pochissimi i consiglieri, sempre filtrati dall'annuire della figlia Marianna. Solo il capo della Polizia Parisi è ammesso, tra gli esperti di pericoli, a riferirgli cosa accada nel Paese ivi comprese le minacce di stragismo mafioso. Se in questo senso Scalfaro ha preso decisioni, come qualcuno ha sussurrato a proposito della "trattativa" fra Stato e mafia, si può star certi - assicura oggi chi gli è stato vicino - che anche in quel caso ha deciso da solo. D'ora in avanti - da Ciampi in poi - saranno la grande finanza, il mondo degli affari, gli "agenti sovranazionali" e insieme i piccoli corrotti e le camorrìe degli appalti che muovono ogni cosa a pretendere di fare da burattinai. Non ci sono più i materassai: il mondo cambia, comincia un'altra storia.


Quando l'America vota per il Quirinale

Da Lockheed a Bilderberg: senza le credenziali degli americani e in specie delle grandi banche d'affari oggi nessuno può pensare di aspirare seriamente al Quirinale. L'ambasciatore Usa negli anni di Scalfaro: "I dc erano tristissimi per Mani Pulite, sembrava di essere a un funerale".

di CONCITA DE GREGORIO


L'OMBRA dell'America è verde come il colore dei dollari. Tuona come le armi che varcano l'oceano in perpetuo e spesso illecito commercio. Parla la lingua dei banchieri, la sola lingua degli affari. Si affaccia sull'Italia dalla postazione mediterranea di Israele, si ammanta del velluto della diplomazia quando riunisce a convegno i potenti del mondo, a centinaia e a porte chiuse, in esclusive dimore in cui confortati da coppe d'argento colme di praline si discute di come "favorire le relazioni economiche fra blocchi".


Di soldi, in pratica. Di soldi e di chi li gestisce. C'è un momento esatto della storia in cui tutto questo, di solito materia per complottisti appassionati della letteratura di genere, diventa chiaro e inconfutabile. È un discorso pubblico. Quello che il senatore Frank Church fa al Senato degli Stati Uniti mentre esibisce le prove - trascrive il New York Magazine, siamo nel 1976 - che "la Lockheed corporation ha pagato tangenti in almeno 15 paesi e in almeno sei ha provocato crisi di governo". 

Uno di quei Paesi è l'Italia. Il presidente in carica è Giovanni Leone. La Lockheed, colosso dell'industria aeronautica usa, paga uomini di stato e di governo per piazzare i suoi aerei. Il loro delegato in Italia si chiama Antonio Lefebvre. Compare tra le carte uno scambio di assegni per 140 milioni fra Lefebvre e la signora Leone. Il nome in codice del destinatario di quel denaro è - si dice a voce alta nelle aule del Senato Usa - Antelope Cobbler. Ma forse c'è un errore di trascrizione, è gobbler non cobbler. In questo caso sarebbe: chi mangia l'antilope. Una disdetta chiamarsi proprio in quel momento Leone. I giornali deducono, è un massacro. Più o meno negli stessi anni, a partire da un decennio prima, i soldi della Lockheed avevano cominciato ad arrivare copiosissimi al principe consorte dei Paesi Bassi, Bernardo, in cambio dell’acquisto di forniture di Starflighter e altre cortesie. Il Principe Bernardo è stato – per coincidenza – il primo presidente della Bilderberg, associazione di finanzieri, banchieri, politici e uomini di Stato fondata nel ’54 allo scopo di “favorire la cooperazione economica fra Stati Uniti ed Europa”. I membri del gruppo, circa 130, si riuniscono ogni anno in un conclave a porte chiuse. Sempre in un paese diverso, ogni 5 anni in America, sempre in primavera inoltrata. La prossima riunione sarà forse vicino a Londra, forse la prima settimana di giugno. E’ un segreto. Pochissimi gli italiani ammessi. Tra gli ultimi John Elkann, Gianni Letta, Franco Bernabè. Negli anni e nei decenni precedenti Tremonti, Monti, Draghi, Padoa Schioppa, Siniscalco, Prodi, finchè erano in vita naturalmente gli Agnelli, l’ex ministro Ruggiero, prima ancora Giorgio La Malfa Claudio Martelli Virginio Rognoni. Ogni tanto qualche giornalista, una volta Veltroni, una Emma Bonino. 

Ai grandi gruppi economico-politici internazionali, alla finanza e dunque alla politica nordamericana interessa molto e moltissimo chi governa, chi comanda, chi ha influenza in Europa, e in subordine in Italia. Gli ambasciatori sono per loro missione di questo curiosi, prediligono le anticipazioni. Ricevono politici in ascesa, annusano l’aria che tira. L’attuale ambasciatore Thorne ha per esempio grandissimo interesse per Beppe Grillo e per il suo movimento, interesse decuplicato dalla prospettiva eventuale di un referendum anti-euro che, come si capisce, non arrecherebbe alcun danno alla supremazia del dollaro come moneta di riserva. Reginald Bartholomev, ambasciatore dal ‘93 al ‘97, gli anni di Scalfaro, ha raccontato poco prima di morire a Maurizio Molinari, era l’agosto del 2012, delle relazioni del consolato di Milano con il pool di Mani pulite e delle sue con i leader politici: «Venne una delegazione dc, erano tristissimi, sembrava un funerale». Prodi voleva essere ricevuto subito da Clinton, ma non si poteva. Con Massimo D’Alema si sviluppò «un rapporto che sarebbe durato nel tempo».
Gli ambasciatori sondano, fanno ricevimenti, conoscono i nuovi, coltivano l’interesse del loro Paese. Sono in stretta relazione coi gruppi di affari e di discussione politica dove nascono intese. Uno è il gruppo Bilderberg, un altro è l’entourage della banca d’affari Goldman Sachs che si è avvalsa nel tempo dei consigli di Prodi, Draghi, Monti, Gianni Letta. Uno è l’Aspen, che in Italia conta su Amato Prodi e D’Alema, un altro ancora è la Trilaterale fondata da Rockefeller nel giugno del ‘73 con lo scopo di “favorire le relazioni fra Europa, Usa e Giappone”. Monti l’ha presieduta fino al 2011. La frequentano la consulente per la politica estera di D’Alema Marta Dassù, il giovane

Elkann, Enrico Letta, Carlo Pesenti, Guarguaglini, Sella di banca Sella, Sala di Intesa San Paolo, vari esponenti di Confindustria. Molti anni fa Kissinger e Agnelli, oggi i loro eredi.

«Giulio Andreotti era amico personale di Rockefeller, il fondatore della Trilaterale. Moltissime volte il banchiere lo ha pregato di fargli l’onore di partecipare ai loro incontri, posso testimoniarlo – racconta Paolo Cirino Pomicino, vecchio dc – Andreotti non ha mai accettato perché, diceva, la politica e i banchieri fanno mestieri diversi, è bene che non si mescolino». Non è vero, non è questa la ragione. Questo era quel che Andreotti diceva, certo, ma ciò che gli ebrei d’America non gli perdonavano era in realtà la sua attenzione alla causa palestinese – tra le altre il suo essere filoarabo in nome di una ricerca del dialogo fra i popoli che nella tradizione dc ha avuto un campione in La Pira. Il suo sguardo a un’altra parte di mondo, ad altri interessi e, in Europa, ad altro tipo di famiglie che in quanto a potere e liquidità potevano competere con i banchieri americani. Altre banche, in un certo senso, che gli consentivano di dire agli Usa: no, grazie. Non è del resto un caso che Andreotti non sia mai stato eletto al Quirinale. Dice ancora Pomicino, in procinto di presiedere al Parco dei Principi di Roma, il 12, un convegno su “politica ed economia nel nuovo quadro politico”: «Senza le credenziali degli americani e in specie delle grandi banche d’affari oggi nessuno può pensare di aspirare seriamente al Quirinale. Del resto nessuno dei presidenti italiani è stato mai davvero sgradito all’America. Anzi. Tutt’al più, quando era irrilevante, è stato ignorato».

Nessuno può farcela senza le credenziali giuste. E’ sempre stato così. Il primo pensiero di Einaudi, appena insediato nel maggio ‘48, fu di mandare un telegramma amichevolissimo a Truman. Quello di Gronchi di farsi perdonare dell’essere stato eletto coi voti del Pci, e pazienza se la visita ad Eisenhower fu funestata da un’improvvida intervista preventiva in cui Gronchi diceva che sarebbe stato utile riconoscere la Cina popolare e ammetterla all’Onu. Henry Luce, proprietario del Time, ne riferì sul suo giornale. Sua moglie Claire Booth, ambasciatrice in Italia, se ne lagnò con parole vivaci. Fu il Washington Post a liquidare la questione: il presidente italiano non conta nulla, è solo decorativo. Con Segni comincia la stagione del golpismo, sul fondo sempre sfuggente e viva l’ombra della rete atlantica. Prima il tintinnar di sciabole del “Piano Solo”, ordito per la “tutela dell’ordine pubblico” allo scopo di incarcerare “esponenti politici pericolosi”. Poi Saragat, tanto amato dal presidente Johnson, compagno di battute di caccia di Licio Gelli e capo dello Stato al tempo del tentato golpe del principe nero Junio Valerio Borghese. E’ nel settennato di Leone, s’è visto, che le reti di intelligence iniziano a lasciare spazio alla più moderna legge degli affari. Scoppia lo scandalo Lockheed, armi e tangenti. Le Br in Italia rapiscono Moro, Cossiga è ministro dell’Interno. Quando sarà eletto presidente, dopo il settennato di Pertini, si ricomincerà a parlare di reti misteriose e di oscuri finanziatori: il piano Stay Behind, conosciuto come Gladio, doveva armare una rete di incursori pronti a respingere un eventuale tentativo di invasione sovietica. Siamo alla fine degli anni Ottanta.

Alla fine di quel decennio arrivano Gorbaciov e la sua Perestroijka, la Russia non è più quella di prima, nessuno sbarco in armi sembra più possibile. C’è Scalfaro, ora, al Quirinale. C’è il ciclone di Mani Pulite che spazza via una stagione di politica corrotta per lasciare spazio ad una generazione nuova. Più avvezza all’uso di mondo, alle relazioni internazionali, alla lingua degli uomini d’affari. E’ dal denaro adesso, dalla finanza che passano gli interessi politici. Cresce l’influenza delle agenzie di brain storming, i conclave a porte chiuse, avanzano i tecnocrati. E’ ai banchieri che si ricorre quando la politica tace o sobbolle di sue interne diatribe. Ciampi, una traiettoria politicamente specchiatissima culminata in Bankitalia, è eletto all’unanimità e al primo scrutinio, salutato nel ’99 come salvatore della patria. Napolitano è a Monti che pensa quando deve tenere ferma la rotta del Paese in un momento di crisi economica gravissima. Per la successione più d’uno dice Draghi. Ma poi anche i banchieri finiscono, o hanno altro di più importante da fare. Ed è sempre alla politica, alla fine, che bisogna tornare.

FONTE: Repubblica.it


Fonte: http://fractionsofreality.blogspot.com/2013/04/lelezione-del-presidente-della.html

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