sabato 9 febbraio 2013

Repubblica Ceca, Italia, Germania: tre elezioni che faranno l’Europa del 2013


Slate
L’Unione Europea può contare a priori sull’elezione del socialdemocratico Milos Zeman nella Repubblica Ceca e sulla riconferma di Angela Merkel in Germania. Il voto si annuncia più incerto in Italia.
L’Unione Europea vive al ritmo delle elezioni nei suoi Stati membri. Tre in particolare, di importanza diversa, attireranno l’attenzione nel 2013: quelle in Repubblica Ceca, in Italia e in Germania.
I cechi apriranno la serie, il 13 gennaio, con un’elezione presidenziale. È la prima volta che il capo di Stato sarà eletto a suffragio universale diretto. Il drammaturgo Vaclav Havel, che era in carica all’epoca della separazione dei cechi e degli slovacchi nel 1993, e il suo successore, Vaclav Klaus, erano stati designati dal Parlamento.
Sono nove i candidati in lizza, tra cui il principe Karl zu Schwarzenberg, vecchio aristocratico amico di Vaclav Havel, avversario del regime comunista, attuale ministro degli Esteri e militante europeista della prima ora. Ma quello che ha più possibilità è Milos Zeman, un socialdemocratico che è stato capo del governo dal 1998 al 2002.
Si presenta come un populista, ma in un Paese dove la politica e gli affari vanno troppo spesso a braccetto ha una reputazione di uomo spontaneo e onesto. È un sostenitore dell’integrazione europea, “a condizione” aggiunge “che Bruxelles si astenga dallo sfornare direttive sulle dimensioni dei bagni”. Con lui al Castello (di Praga, residenza del Presidente della Repubblica Ceca, N.d.T.), gli europei non sentiranno più un Presidente ceco paragonare la Commissione Europea al Politburo di Mosca quando l’Unione Sovietica regnava ancora sui “paesi fratelli”, come amava fare Vaclav Klaus.
Un destino politico per il professor Monti?
Anche in Italia si dovranno fare i conti con l’Europa, in occasione delle elezioni di fine febbraio. Ma la situazione è più confusa.
Per cercare di capirla, bisogna tornare indietro di un anno. Il Paese era sull’orlo della bancarotta, trascinato da Silvio Berlusconi in una caduta sia personale che politica.
La salvezza è venuta da Mario Monti. Questo economista, ex-commissario europeo, centrista cattolico, è diventato Presidente del Consiglio con il sostegno della quasi totalità dei partiti politici, con un impegno provvisorio fino al voto, allora previsto per aprile 2013.
Il suo ruolo era quello di risparmiare all’Italia la sorte della Grecia, ossia di avviare quel minimo di riforme necessarie per far abbassare il tasso di interesse che il Paese deve saldare per finanziare il proprio debito. La sinistra ne ha approfittato per rimettersi in assetto da battaglia, organizzando le primarie vinte dal segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani, nella speranza di un successo alle elezioni politiche.
Non avevano fatto i conti con Silvio Berlusconi. Accerchiato dalla giustizia, il Cavaliere ha annunciato il suo ritorno in politica e ritirato il sostegno del suo partito a Mario Monti, provocandone le dimissioni e facendo anticipare le elezioni al mese di febbraio.
L’Italia ritornerà ai soliti giochi? Non è sicuro. Perché il professor Monti, a cui nessuno avrebbe attribuito ambizioni politiche, ha scoperto il suo destino. Non esclude di ritornare a Palazzo Chigi dopo le elezioni.
Non ha nemmeno bisogno di candidarsi in prima persona: basta che uno o più partiti si mettano d’accordo per fare appello a lui. Le piccole formazioni centriste eredi della Democrazia Cristiana, che godono di scarsa popolarità, sono pronte a sostenerlo. Gli resterebbe quindi da ottenere almeno la neutralità benevola della destra e della sinistra, cosa che è lungi dall’essere scontata.
I partner europei dell’Italia scommettono su Mario Monti. Il suo rigore lo fa passare per “il più tedesco degli italiani”, i suoi contatti milanesi per un rappresentante dell’Europa mediterranea. Ma gli elettori della penisola non votano necessariamente secondo i desideri di Angela Merkel o François Hollande.
Quale coalizione per Angela Merkel?
Anche la Cancelliera tedesca affronta le elezioni nel settembre del 2013. Se i sondaggi di oggi riflettono i voti di domani, non ha nulla da temere. La sua popolarità è allo zenit, con una percentuale di consensi dell’80%.
I tedeschi le rendono merito per la buona salute dell’economia e per il modo in cui sta gestendo la crisi europea, dando l’impressione che la sua priorità sia quella di proteggere i contribuenti contro gli eccessi lassisti dei Paesi mediterranei. Il suo partito, la democrazia cristiana (CDU-CSU), ne approfitta. Con il 41% delle intenzioni di voto, è al suo picco più alto dal 2009.
Non abbastanza, tuttavia, per governare da sola: Angela Merkel dovrà formare una coalizione. Ma avrà l’imbarazzo della scelta.
I liberali, che sono attualmente i suoi alleati, potrebbero non superare lo sbarramento del 5% di voti necessario per entrare in Parlamento. Se così sarà, Angela Merkel avrà ancora due opzioni. O una grande coalizione con i socialdemocratici (SPD), come quella dal 2005 al 2009, o una formula inedita di alleanza con i Verdi.
Questi ultimi si sono imborghesiti a partire dagli anni Ottanta, quando il loro leader, Joschka Fischer, prestava giuramento come Ministro del Land dell’Assia in scarpe da ginnastica e giacca sportiva. La decisione di Angela Merkel di abbandonare l’energia nucleare a seguito della catastrofe di Fukushima ha rimosso l’ostacolo principale per una cooperazione tra gli ecologisti e la CDU-CSU.
Durante la campagna, la cancelliera dirà che desidera continuare con i liberali, mentre la SPD e i Verdi affermeranno di voler governare insieme. I sondaggi non confortano questa ipotesi, né da una parte né dall’altra.
A destra, i liberali sprofondano nella crisi. A sinistra, alla SPD viene attribuito un terzo delle intenzioni di voto e il suo candidato alla cancelleria, Peer Steinbrück, ex-ministro delle Finanze della grande coalizione, ha fallito al suo debutto. Con i Verdi che oscillano intorno al 13-14% delle intenzioni di voto, è troppo poco per formare una maggioranza, tanto più che i due partiti hanno respinto ogni possibilità di alleanza con la sinistra radicale Die Linke.
Angela Merkel ha quindi tutte le carte vincenti in mano per riuscire ad imporre più facilmente il suo punto di vista, dato che potrà scegliersi suoi alleati. In altre parole, François Hollande non dovrebbe contare troppo su un’ascesa al potere  dei suoi “compagni” a Berlino per aspettarsi un orientamento leggermente diverso della politica europea della Germania.



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