martedì 12 febbraio 2013

Monti non è l’uomo giusto per guidare l’Italia


Financial Times
La maggior parte degli italiani sa che deve la caduta del rendimento delle obbligazioni a Draghi. La crisi finanziaria in Italia si è attenuata, ma quella economica va crescendo. Non è praticamente passato giorno senza notizie relative al peggioramento della stretta creditizia e al crollo dell’occupazione, dei consumi, della produzione e della fiducia delle imprese. Ancora una volta, un governo europeo ha sbagliato a valutare il prevedibile impatto delle misure d’austerità. Non avendo mostrato quasi alcun segno di crescita per un decennio, l’economia italiana ristagna in una lunga e profonda recessione.
Come gli altri Paesi nel sud dell’eurozona, l’Italia ha dinnanzi a sé tre opzioni. La prima è continuare con l’euro e sobbarcarsi da sola il peso di un adeguamento totale. E con questo intendo un adeguamento sia economico, in termini di costi unitari del lavoro e di inflazione, sia fiscale. La seconda opzione è rimanere nell’eurozona, costretta a dipendere da adeguamenti condivisi tra Paesi creditori e debitori. La terza è lasciare l’euro. Governi italiani successivi hanno provato una quarta opzione: rimanere nell’euro, focalizzare l’attenzione solo su adeguamenti fiscali a breve termine e aspettare.
Dal momento che la storia economica insegna come episodi di questo tipo vadano a finire, l’opzione numero quattro ci condurrà in definitiva alle opzioni numero uno, due o tre.
La mia preferita sarebbe stata la seconda: rendere l’appartenenza all’euro condizionata da adeguamenti simmetrici. Ma Mario Monti, premier italiano, non ha affrontato Angela Merkel. Non ha detto al cancelliere tedesco che l’impegno continuo del proprio Paese con una moneta unica dovrebbe essere subordinato a un’appropriata unione bancaria dotata di piena capacità decisionale e tutela dei depositi, un bond dell’eurozona, e maggiori politiche volte allo sviluppo economico da parte di Berlino. Nell’intervista al Financial Times della scorsa settimana, Mariano Rajoy, Primo Ministro spagnolo, ha richiesto un adeguamento simmetrico; ancora una volta, piuttosto in ritardo, dal momento che la Germania sta già lavorando ad un bilancio d’austerità per il 2014. In considerazione di tutte le decisioni politiche già prese, l’opzione dell’adeguamento simmetrico si sta già allontanando.
Dunque, tutto ciò dove pone l’Italia prima delle elezioni del prossimo mese? In qualità di Presidente del Consiglio, Monti ha promesso riforme e ha finito per aumentare le tasse. Il suo governo ha provato ad introdurre timide riforme strutturali, ridotte ad un nulla di fatto da un punto di vista macroeconomico. Avendo cominciato come capo di un governo tecnico, Monti è emerso come un tenace operatore politico. La sua tesi è stata di aver salvato l’Italia dal baratro o, piuttosto, da Silvio Berlusconi, suo predecessore. Un crollo nel rendimento delle obbligazioni ha giocato un ruolo importante nella sua storia, ma la maggior parte degli italiani sa che la responsabilità è di un altro Mario – Draghi – Presidente della Banca Centrale Europea.
A sinistra, Pier Luigi Bersani, segretario generale del Partito Democratico, ha sostenuto le misure di austerity, ma recentemente ha cercato di prendere le distanze da quegli stessi provvedimenti. Ha mostrato, inoltre, maggiore esitazione circa le riforme strutturali. I temi principali della sua campagna sono la tassazione dei grandi patrimoni, la lotta all’evasione fiscale, al riciclaggio di denaro e i diritti agli omosessuali. Bersani dice di volere che l’Italia rimanga nell’eurozona. Ha una remota possibilità di avere maggiore successo nel contrastare la Merkel, poiché in una posizione migliore per una possibile collaborazione con François Hollande, presidente francese e compagno socialista.
A destra, l’alleanza tra Berlusconi e Lega Nord è rimasta indietro nei sondaggi, ma sta rimontando. Fino ad ora, l’ex Presidente del Consiglio ha tenuto una buona campagna elettorale. Ha lanciato un messaggio anti-austerity che ha fatto breccia in un elettorato disilluso. Continua inoltre a criticare la Germania per la sua riluttanza nell’accettare un bond dell’eurozona e nel permettere alla BCE di acquistare obbligazioni italiane incondizionatamente. Si potrebbe interpretare il tutto come una posizione a favore dell’opzione numero 2: insistere sugli adeguamenti simmetrici o abbandonare l’euro. Conosciamo tutti Berlusconi fin troppo bene, però. È stato premier abbastanza a lungo da aver affrontato questo tema molto prima. Per diventare credibile, deve produrre una strategia ben definita che delinei le scelte nel dettaglio. Tutto ciò che abbiamo, per ora, sono i commenti ad effetto trasmessi in TV.
Stando agli ultimi sondaggi, il risultato più probabile delle elezioni è uno stallo, probabilmente nella forma di una coalizione tra Bersani e Monti nel centro-sinistra, possibilmente con una maggioranza di centro-destra al Senato, dove vigono regole elettorali diverse. Il che lascerebbe tutti, più o meno, in carica. Nessuno avrebbe il potere necessario per attuare una linea politica. Tutti avrebbero il diritto di veto.
Se così fosse, l’Italia continuerebbe a fare quel che può, fingendo di aver scelto di rimanere nell’eurozona, ma senza creare le condizioni necessarie a renderne la partecipazione sostenibile.
Nel frattempo, non mi stupirebbe l’emergere di un consenso politico anti-euro, che conquisti una maggioranza schiacciante nelle successive elezioni oppure scateni una crisi politica con lo stesso identico risultato.
Quanto a Monti, la mia miglior congettura è che la storia gli accorderà un ruolo simile a quello rivestito da Heinrich Brüning, cancelliere tedesco tra il 1930 e il 1932. Anche lui faceva parte della classe dirigente dominante che non vedeva alternative all’austerità. L’Italia ha ancora qualche scelta a sua disposizione. Ma è bene che le compia.



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