venerdì 16 marzo 2012

Senegal, un Paese in declino tra Sall e Wade



Il prossimo 25 marzo in Senegal avrà luogo il ballottaggio per la nomina del nuovo presidente della repubblica. Si contendono il posto il vecchio presidente Abdoulaye Wade, al suo terzo mandato se risulterà vincitore, e l’ex primo ministro Macky Sall. Wade ha ottenuto al primo turno il 34,8%, mentre Sall il 25,5%.
Le elezioni sono state precedute da violenti scontri, con almeno 6 morti, contro la ricandidatura del presidente in carica che aveva promesso di non ricandidarsi più dopo il suo secondo mandato (pure quello al centro di contrasti per brogli), mentre, successivamente, alla veneranda età di 86 anni ha deciso di continuare a rimanere sulla poltrona di presidente della repubblica.
Fra i contestatori di Wade e della sua legge truffa, anche il celebre cantante Youssou N’Dour, che è stato escluso dalle elezioni per mancanza delle firme necessarie alla presentazione della sua candidatura. In realtà, il cantante ne aveva presentate 12.963 contro le 10.000 richieste ma durante la fase di conteggio gliene hanno annullate oltre 4.000 e così non ha raggiunto la quota necessaria. Vi sono state durissime proteste e scontri ma alla fine N’Dour non ha corso per il primo turno delle elezioni presidenziali. Oggi ha già detto che sosterrà Sall perché il mammut Wade se ne deve andare ed è stato uno degli oppositori alla legge truffa di Wade, che prevedeva la vittoria diretta senza ballottaggi se si superava il 25% dei consensi da parte di un candidato. Da queste proteste è nato il Movimento 23 giugno (M23), nome che indica la data di inizio nel 2011 delle vittoriose rivolte contro quella legge.
Personaggio sicuramente controverso è, invece, il presidente uscente Wade: esponente del Partito democratico Senegalese (Pds), al potere dal 2000 e grande amico degli Stati Uniti e Francia, che lo hanno da sempre considerato paladino della democrazia in Africa, anche quando era già ben evidente che di democratico egli avesse ben poco. Addirittura, nel 2004, il National Democratic Institute dell’ex segretario di Stato Usa, al tempo di Clinton, Madaleine Albright lo premia come campione di democrazia anche se le voci di corruzione e di poca osservanza dei dettami della democrazia fossero già ben conosciute in Senegal e non solo. È una vecchia storia: gli Stati Uniti hanno parametri tutti loro per definire democratico o meno un paese. E la regola aurea per stabilirlo è se esso è funzionale o meno ai loro interessi! E anche su questo sia i Repubblicani che i Democratici , due facce della stessa medaglia, usano lo stesso metro di giudizio.
Solo per citare alcuni freddi dati, che però dicono molto di un paese, i 14 milioni di senegalesi, oggi, hanno una vita media di 59 anni e qualche mese, un tasso di analfabetismo del 41% e un accesso all’acqua potabile per un 77% della popolazione. In questo contesto il presidente Wade, nel 2010 in occasione del 50° anniversario dell’indipendenza, o meglio della Rinascita africana, avvenuta nell’agosto del 1960, ha pensato bene di far costruire una statua di oltre 50 metri, da lui progettata, e dal costo non indifferente di ben oltre i 20 milioni di euro, alcuni dicono 27. Una statua che ha provocato ulteriori e fortissime proteste della popolazione contro uno spreco inusitato del denaro pubblico. Ma non solo. Il Senegal ha una legislazione che prevede il reato di omosessualità. Non molto tempo fa sono stati incarcerate 9 persone gay e condannate a 5 anni per omosessualità e ad altri 3 per associazione a delinquere. Nel 2008 un editore è stato minacciato di morte per aver pubblicato foto di un matrimonio gay e poi perseguito dalla giustizia per quel servizio.
Ma l’avere amicizie importanti fa superare qualsiasi problema e l’amicizia con la Francia, che affonda le radici ovviamente nel processo di colonizzazione del paese, si rafforza ulteriormente negli anni ottanta quando, insieme agli Stati Uniti, i francesi impongono “suadentemente” al paese africano, al fine di concedere prestiti, rigide cure liberiste messe a punto dal FMI e dalla Banca Mondiale. In Italia, ad esempio, le stiamo sperimentando proprio in questi anni, con la stessa “suadente” capacità narrativa, ieri di Berlusconi ed oggi di Monti. La ricetta per il paese africano è la solita: privatizzazioni selvagge e fine delle sovvenzioni all’agricoltura senegalese, con il puntuale aumento dei costi al consumo e di produzione e un’ondata di povertà che si abbatté sugli agricoltori senegalesi che hanno avuto la sfortuna di non nascere negli Usa o in Europa, dove invece le sovvenzioni possono essere applicate.
Si parlava prima del 50° anniversario della liberazione dal potere coloniale e la folle spesa del presidente Wade per una statua. La liberazione dai francesi del 1960 avvenne attraverso alcune operazioni politiche. Nel 1955 vi fu la nascita della federazione del Senegal con il Gambia francese (che poi diverrà il Mali); nell’aprile del 1960 la federazione del Mali si rende indipendente dalla Francia e nell’agosto dello stesso anno anche il Senegal si rende indipendente dalla federazione e nasce l’odierno stato che conosciamo. A guidare la liberazione c’era un personaggio che ha rappresentato molto nella storia del paese e dell’intero continente africano: Leopold Sèdar Senghor. Fu lui, padre del Senegal, che insieme al poeta della Martinica Aim concepirono il concetto di negritudine, che ha poi improntato di sé una parte ampia della vita politica e culturale del continente. La negritudine in Senghor è il rifiuto netto dell’assimilazione culturale da parte della società francese. E’ lo strumento per liberarsi dall’immaginario collettivo pittoresco del suo paese e per gettarsi nel movimento solidale che si è creato nel mondo contemporaneo. Senghor aveva alle spalle un periodo intenso di lotta nella resistenza antinazista francese, e con quel bagaglio arriva ad affermare che la società agricola africana tradizionale è essenzialmente collettivistica e dunque non ha bisogno di costruirsi un nuovo socialismo, perché essa è già socialista. Senghor è fra i padri dell’idea di socialismo africano che permeò gran parte del movimento progressista africano in quei decenni con i suoi pregi e i suoi limiti, che non approfondiamo per motivi di spazio. Una delle riforme istituzionali di Senghor stabilì in tre partiti il numero sufficiente per la vita politica del suo paese. Essi erano: il Partito democratico (liberal democratico), il Partito africano per l’indipendenza (marxista) e il Partito socialista che fu il suo partito. Senghor si ritirò dalla presidenza del paese nel 1980 dopo due decenni di permanenza al potere lasciando il paese al suo successore Diouf, anch’egli del Pss, che vinse le prime elezioni senza Senghor. Diouf allargò le maglie politiche e nacquero altri 14 partiti senegalesi. Ma il cambio di guida del paese ebbe effetti negativi per la diversità e il minor spessore politico di Diouf rispetto a Senghor.
Negli anni novanta viene condonato al paese un debito estero per 42 milioni di dollari grazie ai servigi resi agli Usa nella guerra del Golfo; mentre il FMI concede un nuovo prestito di 51 milioni di dollari, tanto per non allentare il cappio al collo. La situazione complessiva del paese, in quel decennio, crolla anche a causa del calo dei prezzi dei prodotti di esportazione che sono la principale risorsa del Senegal. Le necessità portarono Diouf a chiedere nuovi prestiti internazionali, che aggraveranno la situazione creando nuove e più accentuate tensioni sociali e scontri con le forze di opposizione guidate da Wade. Egli venne incarcerato e poi fuggì in esilio. La politica del governo Diouf venne condannata puntualmente dal Parlamento europeo e dal Congresso degli Usa, anche perché Wade era ormai passato armi e bagagli dalla parte degli statunitensi. Ed, infatti, grazie a loro Wade entrerà nel governo di Diouf. E con il suo ingresso partono riforme legislative gradite al FMI e agli Usa in quanto tendono ad allargare velocemente le privatizzazioni e l’apertura del mercato senegalese alle compagnie di investimento straniere. Un copione ben collaudato. Siamo nel 1995, nella cosiddetta “Decade Perduta” che in America latina e ora anche in Africa, a causa delle politiche liberiste dell’occidente, è tristemente attiva.
Ma veniamo ai giorni nostri. Wade, dicevamo, è stato indicato come paladino della democrazia in Africa e anche “Nessuno Tocchi Caino” ha pensato bene di non sfuggire alla ghiotta occasione di dargli un riconoscimento nel 2005. Wade, sospettato fortemente di aver aderito a logge massoniche nei suoi anni di mandato, ha ritoccato per oltre 15 volte la costituzione del paese esautorando sempre più il parlamento a favore del governo e ampliando i poteri del presidente. Non più di un anno fa ha anche avanzato la proposta di abolire il senato, oltre alla legge truffa che abbiamo già visto. Nei suoi anni corruzione, nepotismo, violazione dei diritti civili e limitazione della libertà di stampa hanno caratterizzato bene il tratto peculiare del suo potere. Se non conoscessimo le logiche politiche degli Usa e dell’Unione Europea si dovrebbe rimanere basiti per come per tanti anni questo soggetto sia stato considerato un fervente democratico e un esempio per tutta l’Africa occidentale e non solo. Infine, neppure Wade ha ancora definitivamente chiuso il problema della Casamance, nato nel 1982 in quella provincia meridionale abitata dall’etnia Diole che professa culti animisti e da sempre rivendicano la loro indipendenza amministrativa dal centro politico e dalla società islamica. La loro rivendicazione fu sostenuta e organizzata dal Movimento delle Forze Democratiche di Casamance (MFDC) e nel corso degli anni ha portato a scontri sanguinosi fra il governo centrale e le forze ribelli.
Oggi, concludendo, il pericolo più grande al suo terzo mandato probabilmente viene da fuori: dai suoi paladini francesi e statunitensi che lo hanno sempre sostenuto e foraggiato e che adesso parlano della necessità di un “ricambio generazionale”. E così, forse, il vecchio mammut ottantacinquenne vede avvicinarsi l’ombra della sua fine. Per questo ha risposto duramente a chi li chiede di andarsene, anche se questi parla da Parigi o Washington. E Sall, in fondo, è uno che ha condiviso molto della politica di Wade, ha oltre 30 anni di meno e rassicura molto francesi e statunitensi. Per questo adesso il mammut ha davvero paura.
di Andrea Genovali
Fonte: Puntocritico


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