venerdì 23 dicembre 2011

Noi italiani lavoriamo nella Silicon Valley




Dieci storie di nostri connazionali che lavorano nel cuore dell'innovazione mondiale, la Silicon Valley. Sparsi nei campus delle big company ma anche in uffici di aziende più piccole, contribuiscono a cambiare il nostro mondo e ne sono coscienti. Come ci sono arrivati e come vivono in questa area unica della California.

SAN FRANCISCO - "Sono felice di essere qui anche perché ho la sensazione di fare qualche cosa di utile per tutti gli altri. Questo è uno stimolo straordinario". Lo dice così, di getto, uno dei tanti italiani che lavorano nella Silicon Valley e, attenzione, non è il solo. Altri come lui, venuti a lavorare nelle aziende di questo che è senza dubbio il cuore dell'innovazione tecnologica del pianeta, la pensano allo stesso modo.
Declinano, con più o meno enfasi, l'identico concetto. Sono questi talenti giovani e meno giovani che - tra gioie, speranze, ansie e ambizioni - hanno il merito di pensare e realizzare alcune delle soluzioni che hanno cambiato e cambiano la nostra vita a tutte le latitudini. E non è un caso che lo facciano proprio in quella striscia di terra che ha il primato di lanciare i semi di quello che poi crescerà in altre parti del mondo, a cominciare dalle lotte per i diritti civili degli anni Sessanta-Settanta per finire alla rivoluzione dell'hi-tech.

Qui ci sono dieci storie. La maggior parte dei personaggi - effetto inevitabile del passaparola - fa parte di quel cosmo multirazziale che pulsa ogni giorno nel quartier generale di Google, laddove il rumore di fondo è il sovrapporsi di decine e decine di lingue diverse che si alternano con naturalezza all'inglese. Li abbiamo cercati senza seguire una traccia predefinita, senza alcun filtro, semplicemente chiedendo chi tra loro avesse voglia di raccontarsi. Tutto qui. Il caso ci ha restituito persone molto diverse per età, vissuto e prospettive. Ci hanno descritto una fetta importante della vita, che parte dagli studi in Italia, dai dottorati, dai master (per i quali si può accendere anche un mutuo) e arriva ai primi lavori all'estero, fino all'entrata nelle grandi company. Abbiamo raccolto questo materiale lo scorso ottobre, chiacchierando con i protagonisti in ristoranti giapponesi, mandarini, thailandesi, davanti a una birra o a un cappuccino tra San Francisco, San Mateo, Mountain View, Sunnyvale, Palo Alto e Redwood City. Sono storie che non pretendono di essere rappresentative, e di fare categoria, ma hanno in comune un addio (o un arrivederci) all'Italia. Per poter fare quello che si ama e farlo ai massimo livelli.

A raccontarsi ci sono i "googlers" di vecchia data, quelli di fresca assunzione, ma anche quelli che hanno da poco salutato proprio Mountain View e Big G e sono andati via. Dopo aver vissuto un'esperienza nell'azienda che per molti è un punto di arrivo, adesso hanno deciso di cambiare, di rischiare ancora. Accettando nuove sfide in altre company già affermate o puntando su start-up che guardano diritto negli occhi il futuro. Sono forse questi ultimi quelli che meglio incarnano lo spirito unico della Silicon Valley, luogo che fa del rinnovarsi una ragione di vita. Lo sanno bene i protagonisti della new economy: Larry Page e Sergey Brin, i due fondatori di Google, quando decisero di tornare al comando della loro creatura, meno di un anno fa, spiegarono pubblicamente che quella riorganizzazione nasceva dalla necessità di rivivere lo spirito della start-up, di quando si era agli inizi. E' la formula vincente.

Al netto del fascino del sogno americano, chiunque arrivi finisce per condividere subito alcuni dei pilastri che reggono l'economia di questa parte del mondo: fai, non è sufficiente parlare. Ma, soprattutto, non aver paura di sbagliare. Certo, a chi vive e lavora in Italia fa una certa sensazione sapere che qui i venture capitalist, ovvero quei gruppi che finanziano le aziende appena partite, hanno dei dubbi a scucire quattrini se la persona che li chiede non ha alle spalle almeno uno o due fallimenti. Proprio così. Tradotto: ti finanzio perché in passato hai provato a fare qualcosa. Ok, è andata male ma la tua esperienza è un patrimonio e avrai certamente imparato. I miei soldi, così, sono più al sicuro.

Ma torniamo agli italiani. La maggior parte di loro vive qui, tra San Francisco e i piccoli centri della Silicon Valley. Ha messo o ha deciso che presto metterà radici, fa parte della comunità e si dice soddisfatta di essere in questo "mondo a parte" degli Stati Uniti e della stessa California. Il legante di Google - va detto - è solo un pretesto anche se si presta assai bene. In fondo non è un caso che la maggior parte degli intervistati lavori per l'azienda che ha tra i suoi motti "Dont' be evil" e "User first" (per ricordarsi di stare sempre dalla parte degli utenti). Google ha uno stile unico ed è per molti giovani uno dei posti migliori dove poter dare il meglio di sé. Il lavoro è grande motivo di soddisfazione per tutti quelli con cui abbiamo parlato ma ad emergere con forza è la vita da italiano in Silicon Valley: le mogli e le ex mogli, i figli che crescono e quelli in arrivo, le fidanzate e i fidanzati che ti seguono nella tua avventura, il blog con cui raccontare agli amici italiani la propria vita, la casa da pitturare, la vista sulla Baia e il profumo del barbecue, l'hot-tub nel giardino, le domeniche di trekking, i lanci col paracadute, l'abitudine alla macchina col cambio automatico, i giri in vespa per i saliscendi di San Francisco, la musica dal vivo della Bay Area, la scuola italiana auto-organizzata che sta diventando sempre più grande e attira anche chi italiano non è.

Quanto all'Italia, ci si pensa. Ci mancherebbe. Qualcuno mantiene la porticina aperta. E dice, magari sottovoce: perché un domani non potrei tornare a casa? Magari a fare le stesse cose che faccio qui? Siamo o non siamo in un mondo globalizzato? Non dovrebbe essere poi così difficile. E invece lo è. Così come si nota il desiderio istintivo e probabilmente impossibile di unire come per magia i due mondi. Traspare dalle considerazioni - anche in quelle più tranchant - sull'Italia che sta a un oceano di distanza e anche di più. Poi, naturalmente, si passa a parlare di altro, di cose concrete e vicine. C'è poco da fare, è il virus della Silicon Valley, spesso ad alto potere di contagio. Sì, perché negli anni questa sorta di microclima dell'innovazione non sembra essere mutato. Anzi. Non ce l'ha fatta la grande bolla delle dot.com, non dovrebbe intaccarlo nemmeno la crisi planetaria che stiamo attraversando. Del resto sono proprio i nuovi arrivati dall'Europa, dall'Africa, dall'estremo Oriente a far sì con le loro idee e il loro entusiasmo che tutto continui a rinnovarsi da queste parti. La Silicon Valley - sospira chi ci lavora da tanti anni - è uno stato mentale, una profezia che si auto adempie.




di DANIELE VULPI

Fonte: la Repubblica.it


Fonte: http://feedproxy.google.com/~r/nuovediscussioni2/~3/aK7_TvUwzq8/noi-italiani-lavoriamo-nella-silicon.html

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