giovedì 8 dicembre 2011

La nuova Libia: protettorato petrolifero dell'Occidente industriale


Salvatore Santoru

Avevano usato la solita giustificazione della "difesa dei diritti umani", avevano detto che portavano la pace e la democrazia, avevano detto che intervenivano per salvare e liberare la popolazione dalla dittatura, lo hanno detto per l'Iraq, per l'Afghanistan, per la Libia e lo stanno facendo per la Siria e l'Iran. Stesso gioco, solito trucchetto: ma ahimè, ci hanno creduto ancora in molti, conquistati dallo spirito guerrafondaio travestito per l'occasione in pseudoumanitarismo a senso unico. I risultati di queste campagne, di consenso bellicista prima e militare poi? Sempre gli stessi: bombardamenti costanti e terrorismo stragista e psicologico, paesi distrutti e ridotti a protettorati per le elite occidentali e i loro fiduciari nelle nuove colonie. Ultima vittima di questo meccanismo al momento è la Libia, passata dal regime di Gheddafi a terra di occupazione e controllo per "poteri forti" (finanziari, industriali e militari) occidentali. Tanto per capirci, il nuovo ministro del petrolio, Abdulrhman Ben Yezza, è un'ex dirigente dell'Eni, e il nuovo premier, Abdurrahim El-Keib, è da sempre vicino ai petrolieri anglo-francesi. Ora i conti quadrano e tornano tutti.

Più laici, meno islamisti e soprattutto il nuovo ministro del petrolio che è un ex dipendente dell'Eni: Abdulrhman Ben Yezza. Una nomina a sorpresa della quale, al momento, è difficile dare una esatta lettura: se Yezza sia stato nominato per le sue indubbie capacità tecniche, maturate nel corso della sua passata esperienza lavorativa, o se - in qualche modo - la sua presenza sia da considerare in quota Eni o in quota Italia, piccola vittoria dopo la guerra (nemmeno tanto clandestina) attraverso la quale i diversi paesi, Francia, Inghilterra e Italia, in primis, hanno cercato di difendere i propri interessi danneggiandosi a vicenda, aggrediti a loro volta anche da emissari dei paesi del Golfo...

Yezza, come detto, è stato in passato presidente del comitato di gestione dell'Eni in Libia e prima ancora aveva lavorato per la Compagnia petrolifera nazionale libica, che poi aveva lasciato per dissidi con il capo dell'epoca Shokri Ghanem, fedelissimo di Gheddafi. Politicamente Yezza è considerato vicino all'ex presidente della Cnt Jibril e filo-italiano.

La lista del nuovo governo di transizione resa nota martedì sera dal primo ministro Abduraheem El-Keib ha conferme e novità.
Infatti, come le indiscrezioni che circolavano fin dalla mattinata sostenevano, ministro della difesa è stato nominato Osama Juwaili, mentre fino ad alcuni giorni orsono i commentatori scommettevano su Hakim Bilhaj, il capo dei combattenti della Tripoli insorta, che in passato aveva imbracciato le armi insieme con i Talebani in Afghanistan.

Arrestato in Thailandia come sospetto appartenente alla rete di Al Qaeda e imprigionato a lungo nella terribile base di Guantanano, Bilahj era stato poi consegnato al regime di Gheddafi. Successivamente, per volontà del delfino Saif al Islam che voleva aprire verso l'islam più radicale, Bilahj era stato scarcerato ed è diventato capo dei guerriglieri più marcatamente islamisti che hanno combattuto il Rais.
Nei mesi passati Bilahj è stato apertamente sostenuto sia dal Qatar che dagli Emirati arabi uniti e si prevedeva un suo ruolo nel nuovo governo, tanto più dopo la sua presa di distanza (almeno a parole) dai Talebani e dalla dichiarazioni di voler accettare sia la democrazia che lo Stato di diritto.

Invece al suo posto è stato il colonnello Osama Juwaili, già capo del consiglio militare di Zentan, che con i suoi uomini ha avuto un ruolo importantissimo nella caduta di Tripoli, ma che non aveva fino ad ora ottenuto i riconoscimenti che il consiglio di quella città chiedeva.
Come mai questo cambio? Oltre alla lettura laici/islamisti fonti di Zentan sostengono che nella nomina sia stata determinante la cattura di Saif al Islam, che è sotto il controllo del Comitato di Zentan e che è diventato una sorta di pedina di scambio nella divisione dei poteri. In altri termini: Saif al Islam vale molto e la città di Zentan ha ottenuto un posto di rilievo nell'esecutivo, proprio rivendicando il merito della sua cattura. 

I membri principali del governo presieduto da Abdurrahim El Keib sono: vicepremier Mustafa AbuShagur mentre Osama al-Juwali, comandante militare locale a Zintan, è stato designato ministro della Difesa. Ibrahim Dabbashi, ministro degli Esteri, Abdul-Rahman Ben Yezza, ministro del Petrolio e Ali Tarhouni, ministro delle Finanze.

Il premier libico è un uomo della Bp

La Libia Liberata puzza sempre più di petrolio occidentale. Come aveva rivelato Globalist, era stata l'Italia a fare il colpo più appariscente con l’ex “executive manager” dell’Eni, Abdulrahman Ben Yezza, nominato ministro nel ruolo chiave di titolare del Petrolio. In realtà, nella singolare disattenzione della stampa internazionale, il colpo gobbo negli interessi petroliferi è targato British Petroleum e Total francese. Riconoscimento dovuto ai veri promotori dell'intervento armato occidentale contro la Libia di Gheddafi? Certo è che Abdurrahim El-Keib è considerato nel mondo un “Big Oil-Goon”. Traduzione letterale impossibile con quel “Goon” che varia da gorilla a sicario. 
Abdurrahim El-Keib, neo primo ministro ad interim della Libia è un ex professore di ingegneria all'università dell'Alabama. Un esule filo occidentale dal regime di Gheddafi con forti vincoli di studi e di amicizia nel settore energetico. Ha lasciato gli Stati Uniti nel 2005, scelto, non a caso, per presiedere l'Istituto per il petrolio (Eau) di Abu Dhabi. sponsorizzato appunto da British Petroleum (Bp), Shell, la francese Total, la compagnia petrolifera giapponese per lo sviluppo e la Abu Dhabi National Oil Company. El-Keib, nel suo profilo del Petroleum Institute viene citato per le sue ricerche finanziate da varie agenzie governative statunitensi e dipartimenti nel corso degli anni. 
Altre notizie sussurrate, se non letteralmente nascoste dalla Libia raccontano dell'arresto dell'ormai ex governatore militare di Tripoli, Abdelhakim Belhadj, vicino ad al Qaida e protetto dal Qatar, mentre stava cercando di lasciare con documenti falsi il Paese. Il governatore militare di Tripoli -secondo fonti algerine- voleva imbarcarsi per la Turchia e aveva con se una borsa di denaro contante. Belhadj veniva indicato come candidato a qualche ministero come rappresentante delle milizie islamiste che avevano sostenuto la rivolta contro Gheddafi. E' dovuto intervenire il presidente del Cnt Jalil per far rilasciare Abdelhakim Belhadj e permettergli di lasciare il Paese. 
Ad arrestare Belhadj sono stati i ribelli di Zenten, la stessa kabila che ha tutt’ora detiene Seif al Islam Gheddafi. In pessime condizioni di salute dopo l'amputazione delle tre dita della mano destra, come già raccontato da Globalist. Un episodio nella guerra interna alla Libia post-Gheddafi. Un conflitto esploso pubblicamente qualche mese fa, quando è stato ucciso il generale Abdel Fattah Yunis, il comandante dell’esercito ribelle che prima di essere torturato e ucciso, a fine luglio, stava cercando di negoziare una tregua con Gheddafi. Le fonti in questo caso sono israeliane e indicano come mandante dell'omicidio il leader del Cnt Jalil. Resta la forte puzza di petrolio di cui sopra.

Fonte

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