lunedì 6 febbraio 2012

Il progresso e l'immaginario collettivo



Marco Cedolin


Negli ultimi 50 anni la nostra società ha subito mutamenti e stravolgimenti radicali che hanno conosciuto il proprio acme nell’ultimo decennio. Contesti ritenuti un tempo pilastri imprescindibili, quali la famiglia, il lavoro, l’appartenenza alla comunità, sono diventati elementi sempre più aleatori di un’esistenza i cui contorni si sono fatti progressivamente più sfumati ed indecifrabili.
L’incertezza è la più fedele compagna dell’uomo moderno che si ritrova sempre più disorientato e privato di qualsiasi punto di riferimento. I ritmi sono frenetici, il tempo libero sempre più compresso, le occasioni di rapportarsi con il prossimo sempre più rare. In modo particolare nelle grandi città l’esistenza si è trasformata per molti in una corsa continua con il fiato in gola, vissuta all’insegna dell’ipercinetismo, spesso con l’incubo della perdita del lavoro e dell’impossibilità di riuscire a far fronte ai propri impegni economici. L’uomo moderno è figlio della crescita dei consumi, imposta dai modelli pubblicitari e sociali, ed è costretto a vivere alla perenne ricerca di quelle risorse economiche che possano permettergli di consumare sempre più.


Negli anni la famiglia naturale (coniugi, figli, genitori, fratelli) è stata progressivamente sostituita dalla “famiglia azienda” (colleghi, capoufficio, clienti, partner commerciali) con il risultato di ridurre altrettanto progressivamente il tempo e le attenzioni dedicate alla prima per riversarle sulla seconda. La maggioranza delle persone trascorrono molto più tempo nell’ambito lavorativo con i propri capi ed i propri colleghi di quanto non siano in grado di dedicarne al coniuge ed ai propri figli. Il pranzo in famiglia (un tempo pratica abbastanza comune) è stato sostituito dal desco alla mensa aziendale o dal “piattino” da consumare nel bar prospiciente l’ufficio o l’azienda...
Il continuo dilatarsi delle distanze fra casa e luogo di lavoro che spesso comportano dei veri e propri viaggi giornalieri (a tutto vantaggio della crescita dei consumi e del Pil) con chilometraggi assimilabili a quelli che un tempo venivano compiuti per recarsi in vacanza, hanno come conseguenza l’aumento esponenziale del tempo che le persone trascorrono lontano dalla propria famiglia naturale, il tutto a detrimento della possibilità di costruire ed alimentare rapporti affettivi soddisfacenti con il proprio partner ed i propri figli, approfondire i propri interessi extralavorativi, incrementare il proprio bagaglio culturale e d’informazione...

Questa situazione anomala si è esacerbata ulteriormente nell’ultimo decennio di pari passo con la drastica riduzione delle prospettive occupazionali e il dilagare delle forme di lavoro temporaneo e flessibile. Gli orari di lavoro sono diventati sempre meno costanti finendo per distribuirsi disordinatamente nell’arco delle 24 ore, in maniera spesso asincrona con i normali ritmi di una famiglia, le occupazioni si sono fatte sempre più saltuarie imponendo continui cambiamenti radicali dei luoghi di lavoro, dei tempi e della natura stessa delle mansioni. L’insicurezza economica derivante dalla mancanza di prospettive di lavoro stabili ha contribuito ad incrinare in maniera sempre più evidente l’armonia dei rapporti famigliari divenuti nel tempo sempre più parcellari, superficiali ed instabili.


Sempre più spesso le famiglie finiscono per rappresentare semplicemente un ricettacolo di più persone, perse ognuna nella propria individualità, completamente impermeabili rispetto all’esterno. Difficilmente si può riuscire ad immaginare una vita famigliare soddisfacente per due coniugi occupati a fare i turni nello stabilimento FIAT di Melfi che per intere settimane sono destinati a condividere nel migliore dei casi qualche decina di minuti al giorno. Altrettanto difficilmente si può supporre che abbiano una vita famigliare e sociale costruttiva le centinaia di migliaia di pendolari per i quali già alle 4 o alle 5 di mattina echeggia il suono della sveglia, prodromico di lunghi viaggi incolonnati su autostrade e tangenziali o dentro le carrozze dei treni, per poi fare ritorno a casa solo a tarda sera, dopo avere ripercorso in senso inverso la stessa via crucis. Una famiglia molto probabilmente non riusciranno neppure mai a costruirla le centinaia di migliaia di giovani e meno giovani che alternano settimane passate dentro ai call center, percependo salari che rasentano il ridicolo, ad altre trascorse nella ricerca di un nuovo lavoro temporaneo che non sarà comunque in grado di consentire loro il mantenimento economico.


Anche il concetto di comunità, come quello di famiglia e lavoro, ha assunto una valenza sempre più relativa, i rapporti sociali ed interpersonali vengono vissuti solo in superficie in una realtà sempre più atomizzata come quella dei quartieri dormitorio delle grandi città e dei comuni satellite che le circondano. Non esiste tempo da dedicare al proprio coniuge, non esiste tempo per giocare con i propri figli, non esiste tempo per costruire delle solide amicizie e per partecipare alla vita della comunità, non esiste tempo per leggere ed informarsi, non esiste tempo neppure per soffermarsi a pensare e riflettere, perché la maggior parte del tempo viene speso sul luogo di lavoro, incolonnati dentro le lamiere della propria auto, accalcati insieme ad estranei all’interno dei vagoni ferroviari, perennemente in corsa fra gli scaffali ammiccanti degli ipermercati. E spesso i pochi ritagli di tempo libero sottratti ai ritmi frenetici vengono vissuti con altrettanta frenesia, nella spasmodica ricerca di soddisfacimento dei bisogni fittizi imposti dalla macchina pubblicitaria.
Nuovamente incolonnati nelle autovetture durante i weekend alla ricerca di qualche scampolo di mare o di montagna, nelle gallerie luminescenti dei centri commerciali praticando lo shopping compulsivo, dentro la cacofonia delle discoteche alla ricerca di artificiali paradisi interiori, nel catino urlante di uno stadio da calcio dove ogni individualità può permettersi di annullarsi fino a diventare parte di una massa indistinta, o più semplicemente seduti davanti alla cacofonia immaginifica della TV, oppressi da una sorta d’incomunicabilità patologica.


L’uomo moderno teme con terrore ogni pausa che possa interrompere la frenesia dei ritmi all’interno dei quali è abituato a vivere, poiché fermarsi a riflettere anche solo per un attimo significherebbe aprire il sipario su una abisso inenarrabile fatto di vuoto, disagio e frustrazione. Meglio la fuga che può essere ottenuta attraverso il fascino narcotizzante del movimento, della velocità, l’illusione del superamento di ogni limite. L’uomo moderno necessita di percepire continuamente che qualcosa sta accadendo e desidera potersi “immaginare” partecipe dell’azione, ha una fame insaziabile di novità e di illusioni che lo porta a scimmiottare i modelli proposti dalla radio e dalla TV, dove la frenesia dei palinsesti propone un’informazione tanto frenetica ed ossessiva quanto priva di qualsiasi tentativo serio di approfondimento. L’uomo moderno continua a correre e poi a correre ancora, spesso nel nulla delle proprie ambizioni deluse, immolate sull’altare della competizione sfrenata che esaspera l’esistenza rendendola simile ad una battaglia finalizzata a suddividere le persone in vincenti e perdenti. Corteggiato in maniera assillante in qualità di consumatore ma totalmente ignorato come “uomo” spesso si ritrova costretto a nutrire la propria interiorità disumanizzata attraverso l’ambizione collettiva del progresso e della crescita infinita, finendo per identificarsi con un progetto che non gli appartiene in quanto lo vuole ridotto ad un semplice strumento dell’intero ingranaggio.


La globalizzazione sta appiattendo ogni specificità nell’intento di massificare in maniera sempre più spinta gli usi e costumi di noi tutti. La persona è stata spogliata della propria identità culturale e di qualunque senso di appartenenza alla comunità e al territorio, al fine di trasformarla in una sorta di “consumatore ideale” un tubo digerente intercambiabile che ambisca unicamente a fagocitare quantitativi sempre crescenti di merci. Ogni genere di problema sociale ed ecologico viene sminuito al fine di ricondurlo ad una soluzione di tipo tecnologico che sia funzionale a legittimare il progresso.


La mercificazione di tutto l’esistente ha dato un prezzo a qualunque cosa, dilatando oltre ogni limite i confini del mercato globale. L’arricchimento culturale, artistico, intellettuale, riveste importanza solamente qualora sia facilmente monetizzabile. Un bene naturale primario come l’acqua si è trasformato in merce ambita il cui prezzo è in continua ascesa, così come a breve accadrà per l’aria che respiriamo che già inizia a scarseggiare fra i miasmi venefici delle megalopoli sempre più asfittiche e super inquinate. La vita umana ha un prezzo al borsino delle assicurazioni, così come accade per le menomazioni fisiche e psichiche e per i sentimenti. Le multinazionali e gli Stati acquistano in dollari e in euro il diritto ad inquinare, si affittano gli uteri e ci si reca a fare acquisti alla banca del seme, si acquista il diritto di “sovranità” sui territori soggetti al passaggio di un oleodotto, si comprano isole artificiali e diritti alla sopravvivenza al mercato nero degli organi per i trapianti. Anche alla natura è stato apposto un cartellino sul quale è stampigliato il suo prezzo di mercato. Una montagna devastata dalle gallerie, una falda acquifera prosciugata, una foresta scomparsa, un lago o un fiume ridotti ad acquitrini maleodoranti, una spiaggia cosparsa di bitume, una valle allagata dalla diga sovrastante, vedono espressa la loro quotazione alla borsa delle compensazioni. Le malattie destano preoccupazione unicamente per il “costo economico” che comportano ed i prodotti farmaceutici che dovrebbero curarle vengono realizzati solamente nel caso la loro commercializzazione si riveli economicamente vantaggiosa. Anche la salute dei cittadini è in vendita, molte volte in offerta speciale, come nel caso dell’inceneritore del Gerbido di Torino dove è stata quotata un decimo dell’intera spesa di costruzione dell’impianto, da devolvere sotto forma di compensazione ai comuni interessati.


Il mondo che ci circonda si è trasformato in un immenso ipermercato dove l’ambiente è ridotto a risorsa economica, simile ad un immenso serbatoio di materia inerte utilizzato come pattumiera, dove si è irrimediabilmente compromesso il nostro patrimonio di conoscenze, tradizioni e sensibilità, dove anche le nostre vite ed il nostro futuro vengono venduti a tranci al migliore offerente. Il profitto nell’immaginario moderno è diventato il criterio attraverso il quale giudicare la bontà di qualunque scelta, mistificando il miraggio della crescita economica fino a farlo coincidere con il concetto stesso di benessere. Con il risultato di avere ridotto enormemente le nostre possibilità di sopravvivenza in quanto oggi dipendiamo dalla tecnologia per il soddisfacimento di qualsiasi bisogno primario ed abbiamo perduto qualunque possibilità di essere autosufficienti.


Viviamo in un’epoca in cui la grandezza è assurta a sinonimo di bellezza, di modernità, di progresso, così come la quantità ha sostituito la qualità nel determinare la valenza di qualsiasi cosa. Gli ipermercati hanno soppiantato i negozi di quartiere, le multisala i cinema, i villaggi vacanze le piccole pensioni per famiglie. Nell’industria come nella finanza si sono moltiplicate le fusioni e le incorporazioni finalizzate a costruire gruppi industriali e finanziari sempre più grandi e potenti che possano sopravvivere in un mercato globalizzato. Tutto ciò che è piccolo ci viene presentato come brutto, anacronistico, superato, inadeguato a competere all’interno del mondo moderno. Il culto della grandezza dimensionale e quantitativa è entrato a far parte della nostra vita quotidiana, quasi senza che ce ne rendessimo conto, ed oggi condiziona gran parte delle nostre scelte. Compriamo televisori e monitor per pc sempre più grandi, frigoriferi sempre più grandi, automobili sempre più grandi, cucine e divani sempre più grandi, box doccia sempre più spaziosi, armadi sempre più capienti per contenere sempre maggiori quantità di vestiti di bassa qualità e di conseguenza aspiriamo ad acquistare case e box auto più grandi che ci permettano di stipare una quantità sempre maggiore di cose sempre più grandi.


Le grandi opere si inseriscono in un contesto sociale che è stato indotto ad amare la grandezza e la quantità, tanto quanto a detestare tutto ciò che è piccolo e ricco di qualità. I cittadini, vittima della sterilizzazione culturale e sociale, sono stati ridotti ad un’unica grande massa omogenea malleabile a piacimento e la maggior parte di loro sono stati manipolati psichicamente affinché considerino la crescita dimensionale e quantitativa come il principale indicatore di benessere e sviluppo. Coloro che hanno assimilato questi convincimenti saranno indotti per forza di cose a guardare con ammirazione una diga lunga 2,5 km, così grande da potere essere osservata perfino dallo spazio, un treno che sfreccia a 300 km/h perforando le montagne dentro ai megatunnel, un grattacielo alto 300 metri che si protende fino a toccare il cielo, una stazione spaziale che si erge a costituire il trampolino per futuri viaggi intergalattici, una località sciistica costruita nel bel mezzo del deserto facendosi beffa perfino del clima, perché in essi vedono rispecchiato l’atavico desiderio di grandezza e dominio sulla natura.


Proprio facendo leva sulle debolezze umane, coloro che gestiscono il potere e determinano le scelte economiche e politiche, sono riusciti a creare artificialmente suggestioni in grado di condizionare le ambizioni dell’individuo fino al punto da farle coincidere con un pensiero dominante che in realtà non gli appartiene affatto, in quanto è semplicemente frutto di un perverso meccanismo di plagio. Attraverso questo meccanismo i manipolatori sono riusciti nell’intento di rendere l’individuo “felice” di essere oggetto stesso della loro manipolazione, costringendolo a diventare complice entusiasta di un “progresso” che in realtà si rivela funzionale solamente ai loro interessi.


Come risultato di questa mistificazione molte persone si ritrovano ad ammirare, plaudenti come bambini con lo sguardo trasognato, la costruzione di opere sempre più ciclopiche e costose, false dispensatrici di benessere e sviluppo, che vengono finanziate attraverso il loro denaro, mentre la qualità della loro vita continua a peggiorare, il cemento e l’asfalto fagocitano sempre più ampie porzioni di prati e boschi, le opportunità di lavoro diminuiscono, i salari si assottigliano, la precarietà dilaga sempre più. Come balene che hanno perso ogni coordinata e drammaticamente si arenano sulle spiagge anche gli innamorati della grandezza dimensionale e quantitativa si rivelano soggiogati a tal punto da maturare una vera e propria patologia in grado di condurli all’autodistruzione. La loro “spiaggia” è rappresentata metaforicamente dai confini di un mondo finito che non può, né potrà mai, sostenere ambizioni di crescita infinita e sviluppo senza limiti.


Chi tira le fila del potere conosce molto bene questi meccanismi psicologici, avendo contribuito in prima persona a creare i presupposti per la loro esistenza attraverso la produzione di bisogni materiali fittizi che necessitano di essere soddisfatti per creare l’illusione della felicità edonistica. Proprio all’interno dell’inseguimento di una felicità tanto materiale quanto priva di concretezza, le grandi opere vengono proposte quale strumento indispensabile a sostenere quel processo di crescita e sviluppo che sarà in grado di aumentare il volume dei consumi e pertanto la quantità di possibilità di “essere felici” che da esso ne derivano. Da un lato il cittadino viene dunque suggestionato attraverso la prospettiva di partecipare a progetti sempre più faraonici che siano in grado di soddisfare le sue ambizioni di grandezza e dominio sulla natura e sugli elementi fino a risalire pian piano i gradini dell’Olimpo. Dall’altro viene circuito con la promessa della disponibilità di un sempre maggior numero di merci che le grandi opere saranno in grado di garantire attraverso la loro realizzazione.


Ovviamente nessuna di queste ambizioni e promesse potranno trovare riscontro nella realtà dei fatti in quanto le grandi opere contribuiranno solamente alla distruzione della biosfera, riducendo il territorio ad una superficie amorfa sempre più ammorbata da oggetti, opere e veleni, con l’unico risultato di generare crescenti insostenibilità politiche, sociali, ambientali ed economiche. Molto spesso l’essere umano è però psicologicamente incline a perseguire la strada più facile, anziché quella premiante ma più tortuosa, anche qualora la seconda si dimostri oggettivamente l’unica scelta logica e razionale a sua disposizione. Mettere in discussione i fondamenti stessi del modello di sviluppo che fino ad oggi ha rappresentato una realtà incontrovertibile, risulta essere per molte persone un’impresa troppo gravosa che si manifesta ben al di là delle proprie capacità psicofisiche. Fermarsi un attimo a riflettere, raccogliere informazioni oggettive, approfondire la natura dei fatti e delle situazioni, sono tutti atteggiamenti che implicano grossi sforzi, fisici e mentali e un’estrema disponibilità a mettersi in gioco, smantellando molti dei punti fermi che fino a quel momento hanno contribuito all’illusione di avere comunque delle certezze alle quali potersi aggrappare.


Fino ad oggi per molti è stato più semplice fingere che “tutto vada bene” e continuare ad identificarsi con il ruolo che il progresso ha impropriamente assunto all’interno dell’immaginario moderno, nonostante esso si sia ormai dimostrato assolutamente inadeguato a garantire la prospettiva di un futuro.


Tratto da Grandi Opere di Marco Cedolin - Arianna Editrice 2008




Fonte: http://crepanelmuro.blogspot.com/2011/08/il-progresso-e-limmaginario-collettivo.html

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