lunedì 14 settembre 2009

Undici settembre 2001: che fine ha fatto la Giustizia americana?

E' dal 2002 che mi chiedo che cosa avvenne veramente l'Undici Settembre e
negli anni ho imparato ad osservare solo e soltanto i fatti. Non ho mai
trovato appassionanti le dispute senza fine fra sostenitori della versione
ufficiale e cosiddetti complottisti. Come se ne esce da controversie come
quelle scaturite, per esempio, intorno al foro del Pentagono? C'è chi
afferma che è bello largo e chi al contrario è troppo stretto per l'impatto
di un Boeing. Ma chi di noi ha mai avuto accesso alla scena del crimine?
Per tagliare la testa al toro sarebbe bastato alle autorità militari
mostrare il contenuto di uno dei tanti filmati ripresi dalle telecamere di
sorveglianza dislocate lungo il perimetro del Pentagono. Ed invece le uniche
sequenze di immagini rese pubbliche non consentono in modo incontrovertibile
di individuare che tipo di oggetto abbia effettivamente colpito l'edificio.
Senza video, nell'era dei media, le discussioni continueranno
inevitabilmente all'infinito.
Ecco perchè è consigliabile stare sui fatti e a distanza di otto anni da
quell'inferno è possibile affermare senza tema di smentita che almeno da un
punto di vista giudiziario non un solo processo è stato celebrato contro
esecutori e mandanti del più sanguinoso atto di terrorismo della Storia.
Fatta eccezione per Zacarias Moussaoui, figura di secondo piano, aspirante
dirottatore arrestato pochi giorni prima degli attentati mentre si
addestrava in una scuola di volo americana.

Anzi l'indiziato numero uno, Osama Bin Laden, non è ancora mai stato
formalmente incriminato da un Gran Giurì per le stragi dell'11 settembre,
mentre è ricercato per gli attentati contro le ambasciate degli Stati Uniti
a Dar-es-Salam in Tanzania e a Nairobi in Kenia, avvenuti il 7 agosto 1998.
Sono stati invece incriminati cinque detenuti "ospitati" a Guantanamo: sono
accusati di aver organizzato gli attacchi dell'11/9. Ma l'iter giudiziario
che avrebbe dovuto portare i cinque presunti terroristi di fronte a una
commissione militare speciale, e' per ora congelato. Il presidente Barack
Obama ha infatti bloccato i processi militari a Guantanamo e intende
rivedere l'intera procedura. Senza contare che ha disposto la chiusura del
centro di detenzione.
A guidare il quintetto terrorista c'è il famigerato Khalid Sheikh Mohammed,
ritenuto pomposamente la mente dell'undici settembre. Catturato in Pakistan
nel 2003, di lui si erano perse le tracce nelle prigioni segrete della CIA
sino al giugno del 2008 quando è ricomparso in un'aula di Camp Justice, una
struttura per i processi ai terroristi costruita nella base navale cubana.
Magro, turbante in testa, una lunga e folta barba, occhiali neri, Ksm, ha
rivelato - stando alle cronache - che fu lui ad avvicinare Osama Bin Laden
nel 1996 per proporgli di dirottare aerei passeggeri da far schiantare
contro edifici pubblici negli Stati Uniti. Reo confesso, dunque, al tal
punto da accollarsi la responsabilità di una lunga sfilza di altre
nefandezze (31) tra cui spiccano il mancato assassinio dei presidenti Usa
Carter e Clinton, di quello pakistano Pervez Musharraf, nonché di papa
Woitila nel 1995 a Manila. Con le sue mani avrebbe tagliato invece la gola
del giornalista americano Daniel Pearl. Infine ha ammesso di essere il
regista del progetto "Bojinka", non andato a segno, che prevedeva di far
saltare contemporaneamente 12 aerei americani sul pacifico ben prima dell'11
settembre.

Il guaio è che queste sconvolgenti confessioni sono avvenute - per stessa
ammissione della CIA - sotto tortura. Mentre cioè i suoi carcerieri lo
sottoponevano alla procedura nota come waterboarding, nella quale il
sospetto viene sdraiato con la testa più bassa dei piedi, bendato e legato.
Gli si mette in bocca un panno, e gli si versano in faccia litri e litri di
acqua, dandogli la sensazione di annegare. Una tecnica praticata durante la
Grande Inquisizione. Secondo la documentazione resa pubblica da Barack
Obama, Khalid Sheikh Mohammed, dopo la cattura, è stato sottoposto per 183
volte in un mese alla tortura del waterboarding, una media di sei al giorno.
Il 24 agosto scorso la pubblicazione di un nuovo rapporto dell'intelligence
ha gettato una luce ancora più sinistra sulla vicenda: nelle 159 pagine si
legge che gli 007 che interrogarono Khalid Sheikh Mohammed lo minacciarono
di uccidergli i figli di 7 e 9 anni se non avesse confessato.
Nessun tribunale americano, neppure negli anni della seconda Guerra Mondiale
quando l' Fbi arrestava gli agenti hitleriani in Usa, ha mai accettato
confessioni estorte con la tortura.
Nella culla del "Giusto Processo" come si possono ritenere attendibili le 26
pagine di confessioni rese da Mohammed, detenuto per anni in condizioni
bestiali, sottoposto a torture fisiche e mentali tali da cancellarne la
personalità.
Un'eredità quella lasciata dall'Amministrazione Bush tanto imbarazzante da
spingere prima il presidente degli Stati Uniti a stoppare l'operato dei
Tribunali speciali militari e poi il ministro della Giustizia Eric Holder
ad avviare formalmente un'inchiesta sugli abusi commessi dalla Cia. Anche il
nuovo capo dello spionaggio, Leon Panetta, non si è sottratto all'opera di
bonifica annunciando un piano per la chiusura delle prigioni segrete, i
cosiddetti ''siti neri'', molti dei quali si trovavano in Afghanistan e in
Thailandia ma anche in alcuni paesi democratici dell'Europa dell'Est
(Polonia e Romania). La rete dei ''siti neri'' della Cia era stata
smascherata quattro anni fa dal Washington Post con uno scoop che fece
vincere alla sua autrice Dana Priest il prestigioso premio Pulitzer.
Nuovi documenti emersi dal Congresso mostrano che fin dall'estate del 2002
diversi esponenti dell'amministrazione Bush, compresa Condoleezza Rice
(all'epoca consigliere per la sicurezza nazionale), avevano approvato l'uso
dei metodi duri di interrogatorio. Alle discussioni avevano sicuramente
partecipato, oltre al direttore della Cia George Tenet, anche il
vice-presidente Dick Cheney, il ministro della Giustizia John Ashcroft e il
legale della Casa Bianca Alberto Gonzales. Dalla discussione sembra essere
stato lasciato fuori invece l'allora segretario di stato Colin Powell, forse
per il timore che potesse esprimere parere contrario.
In conclusione, è chiedere troppo che vengano celebrati dei "giusti
processi", dove agli accusati venga riconosciuta l'innocenza fino a che
non sia provata la loro colpevolezza, concedendogli di sapere quale siano i
reati e le prove a loro carico, di avere un avvocato difensore e di
contro-interrogare i testimoni? Basterebbe rispettare la Costituzione
americana anche e soprattutto in nome di quasi tremila persone morte in quel
maledetto giorno di settembre.

11 settembre 2009



Fonte: ricevo e pubblico da Alfredo Facchini

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