pedofilia: la vittimizzazione del persecutore e la persecuzione della vittima...
in tutti i casi di pedofilia che ho seguito, come consulente, come educatore, come studioso, ho sempre evidenziato la tendenza a vittimizzare il persecutore (abusante) ed a perseguire la vittima (abusato), in forza di un pregiudizio culturale ed anche a causa della ignoranza sociale che ancora grava intorno al fenomeno della pedofilia la credibilità del minore vittima di abusi è subito posta in discussione, la veridicità delle testimonianze complementari, della madre, della nonna o di altri familiari sono immediatamente viziate di "forse", di "ma", di "sarà", di "sembra che", di "dice che", con il rinforzo della divulgazione di voci, di dicerie, di calunnie sul loro conto da parte della famiglia del presunto abusante, specialmente in quelle realtà sociali minori, come i piccoli paesi o i quartieri periferici nei quali il consenso della "gente" conta è subito calato un velo di dubbio verso i racconti del minore, spesso gli stessi poliziotti ed i carabinieri di paese tendono a ridurre lo spessore dei fatti nel momento in cui la madre chiede aiuto, in particolar modo in quelle stazioncine remote dirette dal classico maresciallo poco qualificato ed anacronistico in attesa della pensione; per quanto fortunatamente le cose stanno cambiando e la professionalità è più elevata grazie anche all'entrata delle donne nell'Arma la "gente" tende a prendere le distanze, sia dalla vittima che dal persecutore, attivando quella terribile mescita di fatti, di dicerie, di ignoranza e pregiudizio che rinforzano il persecutore ed avviliscono la vittima e la sua famiglia; mentre diventa un paradosso assistere alla immediata condanna sociale di un adulto accusato di pedofilia, che poi risulterà innocente, rispetto alla alibizzazione dell'adulto riconosciuto colpevole si creano dei taciti schieramenti che prendono voce nei negozietti di quartiere, negli uffici pubblici di paese, nelle scuole, nei condomini, specialmente nei casi in cui sono evidenziate delle presunte responsabilità a carico dei c.d. insospettabili nel corso della mia attività ho sempre consigliato e lottato per attivare l'immediata identificazione della presunta vittima rispetto a quella del presunto persecutore, l'immediata distinzione fra chi ha posto in essere l'abuso (adulto) e chi invece l'ha subito (minore); incontrando molto spesso l'ignoranza ed il pregiudizio sociale questa differenza consente di condurre le indagini sociali e giudiziarie in modo più sereno, assumendo delle eventuali testimonianze meno condizionate o inquinate, stimolando l'emersione delle testimonianze stesse al contrario del sommerso e diffuso "farsi i fatti propri", della presa di distanza che sostanzialmente tende ad isolare la vittima questa identificazione non è una condanna, non è un riconoscimento tout court della denuncia, è un metodo che consente di ridurre l'isolamento del minore vittima, sia che l'espressione del suo disagio sia effettivamente compatibile coi contenuti dell'accusa o meno; perchè il minore è sempre veritiero nel manifestare il proprio disagio, che poi dovrà essere ben valutato per capirne l'origine senza mai addebitare al bambino alcuna responsabilità per il fatto che da questo è nata una accusa di pedofilia contro un adulto allo stesso tempo consente di evidenziare ogni elemento utile per capire, conoscere e riconoscere lo spessore dei contenuti dell'accusa verso il presunto abusante, tale da sostenere l'accusa con prove incontrovertibili oppure da dimostrarne l'innocenza, ove quest'ultima non significa una "colpevolezza" del minore nei casi di "pedofilia di quartiere" o di "pedofilia di paese" come in quelli intrafamiliare si attivano delle dinamiche e dei meccanismi automatici di schieramento, sono inevitabili, non solo in forza della naturale tutela verso un proprio congiunto accusato o abusato, quanto in difesa della propria categoria, del proprio ufficio, della propria famiglia sono queste le ragioni per le quali le indagini debbono avere pazienza ed essere delegate a personale esperto e competente, non solo condotte col classico metodo investigativo della raccolta delle notizie, dei dati di fatto, delle sommarie informazioni testimoniali, dei riscontri indiziari, quindi gli incidenti probatori e il successivo dibattimento nel quale si valutano e validano le prove e le testimonianze raccolte sono indagini inquinate in partenza a causa dei meccanismi sopra indicati, senza alcuna intenzione di dolo da parte del testimone reticente, del testimone partigiano, del classico "mi faccio gli affari miei" oppure "non posso credere" ovvero " la gente dice che" assumere una sit (sommaria informazione testimoniale) oggi che sarà poi riscontrata in un futuro dibattimento processuale a distanza di due, quattro, sei anni, durante il quale nel corso dell'esame del testimone emergeranno molti "non ricordo" oppure la attribuzioni autonome delle conclusioni del poliziotto che ha redatto la stessa sit, poco è utile per l'accertamento dei fatti con quelle prove che debbono essere concrete per condannare un presunto abusante proprio la carenza di prove di spessore indurranno alla ricerca delle prove più spendibili nella testimonianza della vittima, la quale sarà esaminata e controesaminata in modo stressante e doloroso, la quale sarà l'unica fonte di riscontro dei fatti oggetto dell'accusa il minore vittima di abusi avrà così sin dal momento della denuncia una grande responsabilità, un grande peso che un bambino non può sostenere, aggravato dal pregiudizio, dall'ignoranza sociale, dall'isolamento, dalla frustrazione dei lunghi tempi di giustizia che non sempre sono in grado di ripagare l'attesa della vittima con una condanna certa del reo per questo ho sempre investito le mie risorse nella sensibilizzazione della collettività verso la tutela dei minori, ed allo stesso tempo anche verso il rispetto della presunzione di innocenza di un adulto accusato di aver commesso degli abusi contro un bambino non dobbiamo credere che l'abuso di un minore sia un "fatto privato", al contrario è un reato sociale, motivo per il quale la società ha il dovere di acquisire ogni conoscenza possibile per affrontare il fenomeno della pedofilia, senza sempre e solo delegare i poliziotti o gli educatori o i periti che condurranno il proprio lavoro, paradossalmente giudicati da quella stessa passiva collettività la tutela dei minori inizia dalla comunità, sia essa intesa come famiglia, come quartiere, come paese, come collettività cittadina il pedofilo è un soggetto debole che si rinforza tramite la debolezza della collettività, aggravata dall'ignoranza e dal pregiudizio verso il fenomeno della pedofilia, a causa del quale ancora oggi assistiamo alla vittimizzazione del persecutore ed alla persecuzione della vittima... Fabio Piselli
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