domenica 6 aprile 2014


Economia italiana e “questione meridionale” nella riflessione di Augusto Graziani

Con la scomparsa di Augusto Graziani si spegne, di certo, uno dei più grandi economisti italiani del dopoguerra, il cui approccio teorico ha consentito non solo una visione alternativa dei meccanismi di funzionamento del mercato e del ruolo che la moneta in esso svolge (Graziani 1989 e 2003), ma anche una ricostruzione originale delle vicende dell’economia italiana e della questione meridionale. La rilevanza e la centralità dei problemi del Mezzogiorno sono state sempre presenti in Augusto Graziani sin dagli anni Sessanta quando i suoi contributi, non ancora radicalizzati, erano ospitati dalla rivista Nord e Sud fino al 1973, prima che Francesco Compagna, che Nord e Sud dirigeva, spiegava a Graziani che “una rivista lamalfiana come quella da lui diretta non poteva pubblicare articoli che si discostino dall’indirizzo politico lamalfiano” (Leone 2014).

In quel periodo l’enfasi di Graziani era posta sulla necessità che le politiche congiunturali di stabilizzazione ciclica fossero compatibili con le politiche strutturali di sviluppo: l’esempio più significativo era costituito dalla critica alla politica monetaria recessiva del Governatore della Banca d’Italia Guido Carli che, nel 1963, sancì la fine del tumultuoso e sperequato “miracolo economico” del quinquennio precedente (Graziani 1965, 1966, 1969, 1973a, 1973b).

L’illuminismo riformista del periodo costituì la base di una visione ben più radicale secondo la quale, da allora in poi senza cesure, le modalità di sviluppo (o di mancato sviluppo) del paese modellavano le patologie delle regioni meridionali, proprio poiché le prime non muovevano dalle priorità del Mezzogiorno. E tutto questo si è verificato dal “miracolo economico” degli anni Sessanta sino all’ingresso dell’Italia nell’Unione Monetaria Europea. La visione presenta un’evoluzione consequenziale nel corso dei decenni successivi (Graziani e De Vivo 1972). Lo sviluppo nel dopoguerra dell’economia italiana aveva potuto realizzarsi secondo un modello di crescita trainata dalle esportazioni (Graziani 1969), abbozzato, per il Regno Unito, da Kaldor pochi anni prima (Kaldor 1966) e successivamente formalizzato (Thirlwall 1979 e 1998). L’approccio export-led per l’economia italiana consentiva, parallelamente, di spiegare il superamento del vincolo della bilancia dei pagamenti che altre componenti interne della domanda aggregata autonoma avrebbero patito e, quel che più qui conta, l’originarsi di divergenze cumulative di crescita a favore delle regioni trainate dalla domanda esterna. Il Mezzogiorno era, dunque, segnato da un dualismo non solo territoriale, ma anche produttivo e da una distorsione dei consumi a favore dei beni più voluttuari e, relativamente, meno costosi (Graziani 1963).

In un solo colpo Graziani, nelle sue ricerche al Centro di Specializzazione e Ricerche di Portici, che era nato dal suo intuito e da quello di Manlio Rossi Doria (Bernardi 2012), faceva giustizia delle tesi, come quella di Vera Lutz (Lutz 1958, 1962a e 1962b) e di illustri accademici allora visiting presso la Banca d’Italia (Hildebrand 1965), che attribuivano la persistente arretratezza del meridione alla mancanza di differenziali salariali tra le due macroregioni del paese.

Graziani, in una vastità di omologazione interpretativa dell’economia italiana cui sfuggivano probabilmente anche i soli Federico Caffè e Paolo Sylos Labini, introduceva i temi delle divergenze cumulative tra regioni propri altrove dell’approccio tipico della “causazione cumulativa” (Myrdal 1958, O’Hsara, 2008) di Gunnar Myrdal e Nicholas Kaldor. Nell’approccio di Graziani gli squilibri regionali erano originati dal lato della domanda effettiva, assai più fruttuosamente di quanto poi la New Economic Geography di Krugman avrebbe teorizzato, concentrando la propria attenzione sugli effetti territoriali discorsivi dal lato dell’offerta, ovvero dalle decisioni di localizzazione delle imprese (Krugman 1990 e 1998).

Erano dunque il mercato e la natura delle priorità di politica economica ad approfondire le distanze tra le regioni italiane: una politica monetaria recessiva provvederà, all’inizio degli anni Sessanta a interrompere la crescita tumultuosa e diseguale del paese non consentendo, di fatto, che i benefici si estendessero oltre il “triangolo industriale” di Milano Torino e Genova. E poi, dopo la stagione dell’autunno caldo inauguratasi sul finire di quel decennio e continuata in parte in quello successivo, il mercato, ovvero l’imprenditoria italiana, avvierà un processo di ristrutturazione senza precedenti, fatto di decentramento produttivo, di lenta erosione delle conquiste sindacali, che l’assenza di politica industriale e la blanda propensione alla programmazione non sarà in grado di contrastare (Graziani 1975).

Secondo un opposto schema interpretativo Graziani considerava le modalità di accumulazione dell’economia italiana al contempo causa e effetto di peculiarità alternative al modello della sintesi neo-classica che, anche nel caso italiano, riconduceva gli squilibri (di sottoccupazione) a mere rigidità del mercato del lavoro o dei beni (Graziani, 1981). Epici, in quel periodo, furono i confronti dialettici, suoi e di Giorgio Lunghini, con Franco Modigliani e Luigi Spaventa (Lunghini, 1981); più moderati quelli con Pasquale Saraceno cui lo legava un rispetto intellettuale sincero e profondo e dal quale era considerato un geniale enfant terrible, anche quando Graziani, talora, metteva in discussione l’approccio della Svimez al Mezzogiorno (Graziani 1990).

Del tutto scettico che la risoluzione dell’arretratezza potesse avvenire secondo una progressiva e armonica estensione del mercato e in assenza di politiche economiche adeguate, anche singoli episodi d’investimenti nel Mezzogiorno potevano palesare “effetti perversi”: significativa è l’indagine sugli effetti territoriali dell’insediamento a Pomigliano d’Arco dell’Alfa Romeo, ricerca che rivelava come il saldo netto occupazionale tra nuovi occupati e posti di lavoro persi nei settori poco competitivi alle industrie del Nord era addirittura negativo in ragione della scarsa occupazione indotta dagli investimenti dell’Alfa Romeo e dell’elevata propensione a importare beni di consumo “esterni”, fenomeno, quest’ultimo, che causava l’uscita dal mercato di numerose piccole imprese locali (Graziani e Pugliese 1978).

Un simile approccio era, aldilà dei meriti euristici, significativo di due principi: il primo era che la fragilità produttiva del Mezzogiorno, spesso confinata a quelle che egli definiva le teorie dominanti, deve costituire il parametro di valutazione della bontà di un’iniziativa privata o di un intervento pubblico. Emblematiche sono state le critiche delle modalità fondative dell’Unione Monetaria Europea, della propensione recessiva insita nei criteri di convergenza di Maastricht, nella conduzione della Banca Centrale Europea, nella scarsa propensione “germanica” a far da locomotiva dello sviluppo continentale (Graziani 2002 e 2004), nell’appiattimento di molta dell’accademia italiana a un europeismo acritico.

Il secondo principio, di certo il più rilevante del suo pensiero, era costituito dall’avversione alle sicurezze delle teorie dominanti, al ruolo scomodo dell’intellettuale, alla necessità, forse alla doverosità, di seguire l’angusto e poco sicuro sentiero dell’eterodossia, avversa, essa per definizione, a qualunque retorica che, in nome della moltitudine dei suoi seguaci, eserciti il convincimento (Mc Closkey 1988). Se, oggi, una sparuta schiera di economisti italiani cerca con fatica di sfuggire al “bocconismo” imperante sappiamo di chi è soprattutto merito.



*Professore Ordinario di Politica Economica e Presidente di RESeT Ricerca

Bernardi E., 2012, Rossi-Doria, Manlio, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Economia, Treccani.
Graziani A., 1963, “Dualismo e sviluppo economico”, Rassegna Economica, n°5.
Graziani A., 1965a, “Politica della congiuntura e politica dello sviluppo”, Nord e Sud, n°62.
Graziani A., 1965b, “Tre obiettivi tre cannoni”, Nord e Sud, n°68.
Graziani A., 1966, “Le keynèsien malgrè lui”, Nord e Sud, n°80.
Graziani A., 1967,” La distorsione dei consumi in Italia”, Nord e Sud, n° 92-93.
Graziani A., 1969, Lo sviluppo di un’economia aperta, Edizioni Scientifiche Italiane.
Graziani A., 1973, “Verso l’economia del neodualismo”, Nord e Sud, n°92-93.
Graziani A., 1989, The theory of the monetary circuit, Thames Polytechnic.
Graziani A., 1975, (ed), Crisi e ristrutturazione nell’economia italiana, Einaudi.
Graziani A., 1981, Teoria economica: macroeconomia, Edizioni scientifiche italiane.
Graziani A., 1990, “Pasquale Saraceno”, Meridiana, n°9/1.
Graziani A., 2002, “The Euro: an Italian perspective”, International Review of Applied Economics, n°1/1
Graziani A., 2003, The monetary theory of production, Cambridge University Press.
Graziani A., 2004,”The Monetary Policy of the European Central Bank”, Rivista Internazionale di Scienze Economiche e Commerciali, n°1/51.
Graziani A. e De Vivo G. (eds), 1972, L’economia italiana: 1945-1970, Il Mulino.
Graziani A. e Pugliese E., 1978 (eds), Investimenti e disoccupazione nel Mezzogiorno, Il Mulino.
Kaldor, N., 1966, Causes of the Slow Growth in the United Kingdom, Cambridge: Cambridge University Press.
Krugman P., 1991, “Increasing returns and economic geography”, Journal of Political Economy  n° 99/3.
Krugman P., 1998, “What’s new about the new economic geography?”, Oxford Review of Economic Policy, n°14/2.

Leone U., 2014, Graziani e Compagna ricordi ancora vividi.
Lunghini G. (ed)., 1981, Scelte politiche e teorie economiche in Italia (1945-1978),  Einaudi.
McCloskey D.N, 1988, La retorica dell’economia, Einaudi.
Myrdal G., 1953, Political Element in the Development of Economic Theory, Routledge and Kegan Paul.
O’Hara P.A., 2008, “Principle of circular and cumulative causation: fusing Myrdalian and Kaldorian growth and development dynamics”, Journal of Economic Issues.
Thirlwall A. P.. 1979, “The Balance of Payments Constraint as an Explanation of International Growth Rate Differences” Banca Nazionale del Lavorro Quarterly Review, No. 128.
Thirlwall, A.P., 1998, “The Balance of Payments and Growth: From Mercantilism to Keynes to Harrod and Beyond” in Rampa et al (eds), Economic Dynamics, Trade and Growth, Mc Millan.

Fonte: http://www.economiaepolitica.it/index.php/mezzogiorno/economia-italiana-e-questione-meridionale-nella-riflessione-di-augusto-graziani/

venerdì 4 aprile 2014


Guida al menu «Modifica» in Gimp: Riempire e Delineare

GIMP è uno strumento multipiattaforma per l'elaborazione di immagini fotografiche e l'acronimo GIMP sta appunto per GNU Image Manipulation Program. GIMP è adatto ad una grande varietà di differenti elaborazioni di immagine inclusi il foto ritocco, la composizione e la creazione di immagini.
GIMP è molto flessibile. Può essere usato come semplice programma di disegno, come programma per il fotoritocco professionale, come sistema di elaborazione bach in linea, come restitutore di immagini prodotte automaticamente, come convertitore di formati di immagine e altro ancora.
GIMP è espandibile ed estensibile. È stato progettato per essere ampliato con plug-in ed estensioni per fare praticamente qualsiasi cosa. L'interfaccia avanzata di scripting semplifica la conversione in procedura dal compito più semplice fino all'elaborazione di immagini più complessa.
Uno dei vantaggi di GIMP è la sua libera disponibilità per molti sistemi operativi. Molte distribuzioni GNU/Linux lo includono come applicazione standard. GIMP è disponibile anche per altri sistemi operativi come Microsoft Windows™ o Apple Mac OS X™ (Darwin). GIMP è un'applicazione di Software Libero coperta dalla licenza General Public License (GPL). La licenza GPL garantisce agli utenti la libertà di accesso e di modifica del codice sorgente del programma a cui è applicata.
gimp
Il comando «preferenze»

Questo comando mostra la finestra di dialogo delle preferenze, la quale permette di modificare un gran numero di impostazioni che influenzano l'aspetto, il comportamento e l'esecuzione di GIMP.
Attivazione del comando.
  • È possibile accedere a questo comando dalla barra del menu immagine tramite Modifica → Preferenze.
Attivazione del comando.
  • È possibile accedere a questo comando dalla barra del menu immagine tramite Modifica → Tasti scorciatoia.
Moduli

Con il comando Moduli, è possibile mostrare i vari moduli di estensione disponibili e controllare quali di essi debbano essere caricati. I moduli si occupano di funzioni come la scelta di colori o i filtri dello schermo. Qualsiasi cambiamento effettuato sulle impostazioni tramite la gestione moduli avrà effetto dopo il riavvio di GIMP. Questi cambiamenti influenzano le caratteristiche funzionali di GIMP, la sua dimensione in memoria e la sua velocità di avvio.
Attivazione del comando.
  • È possibile accedere a questo comando dalla barra del menu immagine tramite Modifica → Moduli.
Descrizione della finestra «gestione moduli»
La finestra di dialogo gestione moduli
La finestra di dialogo della gestione moduli che mostra i moduli caricabili.
Facendo clic sui riquadri nella prima colonna dell'elenco moduli abiliterà/disabiliterà questi ultimi. Al prossimo avvio di GIMP, ogni modulo selezionato verrà caricato.
Si noterà la differenza solo quando si proverà ad usare i moduli. Per esempio, ci sono diversi selettori di colore per selezionare i colori di primo piano e di sfondo. Alcuni di questi selettori sono moduli e sono disponibili sono quando si controlla le rispettive opzioni nella gestione dei moduli:
Esempio di moduli caricati: moduli di selezione colore
Esempio di moduli caricati: moduli di selezione colore
Moduli di selezione colore caricati
Esempio di moduli caricati: moduli di selezione colore
Moduli di selezione colore non caricati
Per i moduli caricati, le informazioni sui moduli selezionati sono mostrate in fondo alla finestra di dialogo.
Nella seconda colonna, per ogni modulo caricato viene mostrato lo scopo del modulo. Per ogni modulo non caricato, viene mostrato il percorso del modulo stesso.
Quando si fa clic sul pulsante Ricarica, l'elenco dei moduli viene aggiornato: i moduli non più presenti su disco vengono rimossi e al loro posto vengono aggiunti tutti i nuovi moduli trovati.
Unità.

Il comando Unità mostra una finestra di dialogo che mostra le informazioni riguardanti le unità di misura correntemente in uso in GIMP. Esso permette anche la creazione di nuove unità utilizzabili da GIMP in molti contesti.
Attivazione del comando.
  • È possibile accedere a questo comando dalla barra del menu immagine tramite Modifica → Unità.
Descrizione della finestra di dialogo «Editor unità»
La finestra di dialogo «Editor unità»
La finestra di dialogo Editor unità
La figura precedente mostra la finestra di dialogo dell'«Editor unità». L'elenco mostra le unità di misura attualmente definite. Facendo clic sul pulsante Nuovo o Duplica si crea una nuova unità di misura, come descritto in seguito.
Descrizione degli elementi della lista.
  • Salvato: se questa colonna è spuntata sarà salvata una definizione di unità all'uscita da GIMP. Alcune unità sono comunque mantenute, anche se non sono contrassegnate dalla spunta. Queste ultime sono evidenziate nell'elenco.
  • ID: rappresenta il nome con cui GIMP identifica l'unità nei suoi file di configurazione.
  • Fattore: quante unità servono per ottenere un pollice.
  • Cifre: questo campo è un suggerimento per i campi di immissione dati numerici. Specifica quante cifre decimali il campo di immissione dovrebbe fornire per ottenere approssimatamente la stessa accuratezza di un campo di immissione in «pollici» con due cifre decimali.
  • Simbolo: il simbolo dell'unità se ne possiede uno (per es. " per i pollici). L'abbreviazione dell'unità viene usata se non c'è un simbolo.
  • Abbreviazione: l'abbreviazione dell'unità (per es. «cm» per centimetri).
  • Singolare: la forma singolare dell'unità, che GIMP usa per visualizzare i messaggi che riguardano l'unità.
  • Plurale: la forma plurale dell'unità che GIMP usa per visualizzare i messaggi che riguardano l'unità.
 Definizione di nuove unità.
La finestra di dialogo «Nuova unità»
La finestra di dialogo Nuova unità
Aggiunta della nuova unità «wilbers»
La finestra mostrata qui sopra viene visualizzata facendo clic sia sul pulsante Nuovo che Duplica presenti nella finestra di dialogo dell'Editor unità. I campi di immissione dati nella finestra sono descritti qui sopra.
Se si fa clic sul pulsante Nuovo, molti campi d'ingresso sono vuoti. Se si fa clic sul pulsante Duplica, i vaori mostrati inizialmente nei campi d'ingresso della finestra di dialogo sono i valori della unità attualmente selezionata nella finestra di dialogo dell'Editor delle unità. Si può così modificare i valori per creare la nuova unità.
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Fonte: http://nelregnodiubuntu.blogspot.com/2014/01/guida-al-menu-modifica-in-gimp-riempire_25.html

giovedì 3 aprile 2014


Come e perché l’Inghilterra decise la fine delle Due Sicilie

 La vera storia della spedizione dei mille

 

Come e perché l’Inghilterra decise la fine delle Due Sicilie

di Angelo Forgione
per napoli.com
La spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un’avventura epica quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all’improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito molto più numeroso, poi risalgono la penisola fino a giungere a Napoli, Capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su per dare agli italiani la nazione unita.
Troppo hollywoodiano per essere vero, e difatti non lo è. La spedizione non fu per niente improvvisa e spontanea ma ben architettata, studiata a tavolino nei minimi dettagli e pianificata dalle massonerie internazionali, quella britannica in testa, che sorressero il tutto con intrighi politici, contributi militari e cospicui finanziamenti coi quali furono comprati diversi uomini chiave dell’esercito borbonico al fine di spianare la strada a Garibaldi che agli inglesi non mancherà mai di dichiarare la sua gratitudine e amicizia.
I giornali dell’epoca, ma soprattutto gli archivi di Londra, Vienna, Roma, Torino e Milano e, naturalmente, Napoli forniscono documentazione utile a ricostruire il vero scenario di congiura internazionale che spazzò via il Regno delle Due Sicilie non certo per mano di mille prodi alla ventura animati da un ideale unitario.
Il Regno britannico, con la sua politica imperiale espansionistica che tanti danni ha fatto nel mondo e di cui ancora oggi se ne pagano le conseguenze (vedi conflitto israelo-palestinese), ebbe più di una ragione per promuovere la fine di quello napoletano e liberarsi di un soggetto politico-economico divenuto scomodo concorrente.
Innanzitutto furono i sempre più idilliaci rapporti tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio a generare l’astio di Londra. La massoneria inglese aveva come priorità politica la cancellazione delle monarchie cattoliche e la cattolica Napoli era ormai invisa alla protestante e massonica Londra che mirava alla cancellazione del potere papale. I Borbone costituivano principale ostacolo a questo obiettivo che coincideva con quello dei Savoia, anch’essi massoni, di impossessarsi dei fruttuosi possedimenti della Chiesa per risollevare le proprie casse. Massoni erano i politici britannici Lord Palmerston, primo ministro britannico, e Lord Gladstone, gran denigratore dei Borbone. E massoni erano pure Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Cavour.
In questo conflittuale scenario di potentati, la nazione Napoletana percorreva di suo una crescita esponenziale ed era già la terza potenza europea per sviluppo industriale come designato all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1856. Un risultato frutto anche della politica di Ferdinando II che portò avanti una politica di sviluppo autonomo atto a spezzare le catene delle dipendenze straniere.
La flotta navale delle Due Sicilie costituiva poi un pericolo per la grande potenza navale inglese anche e soprattutto in funzione dell’apertura dei traffici con l’oriente nel Canale di Suez i cui scavi cominciarono proprio nel 1859, alla vigilia dell’avventura garibaldina.
L’integrazione del sistema marittimo con quello ferroviario, con la costruzione delle ferrovie nel meridione con cui le merci potessero viaggiare anche su ferro, insieme alla posizione d’assoluto vantaggio del Regno delle Due Sicilie nel Mediterraneo rispetto alla più lontana Gran Bretagna, fu motivo di timore per Londra che già non aveva tollerato gli accordi commerciali tra le Due Sicilie e l’Impero Russo grazie ai quali la flotta sovietica aveva navigato serenamente nel Mediterraneo, avendo come basi d’appoggio proprio i porti delle Due Sicilie.
Proprio il controllo del Mediterraneo era una priorità per la “perfida Albione” che si era impossessata di Gibilterra e poi di Malta, e mirava ad avere il controllo della stessa Sicilia quale punto più strategico per gli accadimenti nel mediterraneo e in oriente. L’isola costituiva la sicurezza per l’indipendenza Napolitana e in mano agli stranieri ne avrebbe decretata certamente la fine, come fece notare Giovanni Aceto nel suo scritto “De la Sicilie et de ses rapports avec l’Angleterre”.
La presenza inglese in Sicilia era già ingombrante e imponeva coi cannoni a Napoli il remunerativo monopolio dello zolfo di cui l’isola era ricca per i quattro quinti della produzione mondiale; con lo zolfo, all’epoca, si produceva di tutto ed era una sorta di petrolio per quel mondo. E come per il petrolio oggi nei paesi mediorientali, così allora la Sicilia destava il grande interesse dei governi imperialisti.
I Borbone, in questo scenario, ebbero la colpa di non fare tesoro della lezione della Rivoluzione Francese, di quella Napoletana del 1799 e di quelle a seguire, di considerarsi insovvertibili in Italia e di non capire che il pericolo non era da individuare nella penisola ma più in la, che nemico era alle porte, anzi, proprio in casa. Il Regno di Napoli e quello d’Inghilterra erano infatti alleati solo mezzo secolo prima, ma in condizione di sfruttamento a favore del secondo per via dei considerevoli vantaggi commerciali che ne traeva in territorio duosiciliano. Fu l’opera di affrancamento e di progressiva riduzione di tali vantaggi da parte di Ferdinando II a rompere l’equilibrio e a suscitare le cospirazioni della Gran Bretagna che si rivelò così un vero e proprio cavallo di Troia. Per questo fu più comodo per gli inglesi “cambiare” l’amicizia ormai inimicizia con lo stato borbonico con un nuovo stato savoiardo alleato.
Questi furono i motivi principali che portarono l’Inghilterra a stravolgere gli equilibri della penisola italiana, propagandando idee sul nazionalismo dei popoli e denigrando i governi di Russia, Due Sicilie e Austria. La mente britannica armò il braccio piemontese per il quale il problema urgente era quello di evitare la bancarotta di stampo bellico accettando l’opportunità offertagli di invadere le Due Sicilie e portarne a casa il tesoro.
Un titolo sul “Times” dell’epoca, pubblicato già prima della morte di Ferdinando II, è foriero di ciò che sta per accadere e spiega l’interesse imperialistico inglese nelle vicende italiane. “Austria e Francia hanno un piede in Italia, e l’Inghilterra vuole entrarvi essa pure”.
Lo sbarco a Marsala e l’invasione del Regno delle Due Sicilie sono a tutti gli effetti un “gravissimo atto di pirateria internazionale”, compiuto ignorando tutte le norme di Diritto Internazionale, prima fra tutte quella che garantisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il fatto che nessuna nazione straniera abbia mosso un dito mentre avveniva e si sviluppava fa capire quale sia stata la predeterminazione di un atto così grave.
Garibaldi è un burattino in mano a Vittorio Emanuele II Cavour, l’unico che può compiere questa invasione senza dichiarazione non essendo né un sovrano né un politico. E viene manovrato a dovere dal conte piemontese, dal Re di Sardegna e dai cospiratori inglesi, fin quando non diviene scomodo e arriva il momento di costringerlo a farsi da parte.
Di soldi, nel 1860, ne circolano davvero parecchi per l’operazione. Si parla di circa tre milioni di franchi francesi solo in Inghilterra, denaro investito per comprare il tradimento di chi serve allo scopo, ma anche armi, munizioni e navi. A Londra nasce il “Garibaldi Italian Fund Committee”, un fondo utile ad ingaggiare i mercenari che devono formare la “Legione Britannica”, uomini feroci che aiuteranno il Generale italiano nei combattimenti che verrano.
Garibaldi diviene un eroe in terra d’Albione con una popolarità alle stelle. Nascono i “Garibaldi’s gadgets”: ritratti, composizioni musicali, spille, profumi, cioccolatini, caramelle e biscotti, tutto utile a reperire fondi utili all’impresa in Italia.
In realtà, alla vigilia della spedizione dei mille, tutti sanno cosa sta per accadere, tranne la Corte e il Governo di Napoli ai quali “stranamente” non giungono mai quei telegrammi e quelle segnalazioni che vengono inviate dalle ambasciate internazionali. In Sicilia invece, ogni unità navale ha già ricevuto le coordinate di posizionamento nelle acque duosiciliane.
La traversata parte da Quarto il 5 Maggio 1860 a bordo della “Lombardo” e della “Piemonte”, due navi ufficialmente rubate alla società Rubattino ma in realtà fornite favorevolmente dall’interessato armatore genovese, amico di Cavour. Garibaldi non sa neanche quanta gente ha a bordo, non è una priorità far numero; se ne contano 1.089 e il Generale resta stupito per il numero oltre le sue stime. Sono persone col pedigree dei malavitosi e ne farà una raccapricciante descrizione lo stesso Garibaldi. Provengono da Milano, Brescia, Pavia, Venezia e più corposamente da Bergamo, perciò poi detta “città dei mille”. Ci sono anche alcuni napoletani, calabresi e siciliani, 89 per la precisione, proprio quelli sfrattati dalla toponomastica delle città italiane.
La rotta non è casuale ma già stabilita, come il luogo dello sbarco. Marsala non è la terra scorta all’orizzonte ma il luogo designato perché li c’è una vastissima comunità inglese coinvolta in grandi affari, tra cui la viticoltura.
Il 10 Maggio, alla vigilia dello sbarco, l’ammiragliato inglese a Londra dà l’ordine ai piroscafi bellici “Argus” e “Intrepid”, ancorati a Palermo, di portarsi a Marsala; ufficialmente per proteggere i sudditi inglesi ma in realtà con altri scopi. Ci arrivano infatti all’alba del giorno dopo e gettano l’ancora fuori a città col preciso compito di favorire l’entrata in rada delle navi piemontesi. Navi che arrivano alle 14 in punto, in pieno giorno, e questo dimostra quanta sicurezza avessero i rivoltosi che altrimenti avrebbero più verosimilmente scelto di sbarcare di notte.
L’approdo avviene proprio dirimpetto al Consolato inglese e alle fabbriche inglesi di vini “Ingham” e “Whoodhouse” con le spalle coperte dai piroscafi britannici che, con l’alibi della protezione delle fabbriche, ostacolano i colpi di granate dell’incrociatore napoletano “Stromboli”, giunto sul posto insieme al piroscafo “Capri” e la fregata a vela “Partenope”.
Le trattative che si intavolano fanno prendere ulteriore tempo ai garibaldini e sortiscono l’effetto sperato: I “mille” sbarcano sul molo. Ma sono in 776 perché i veri repubblicani, dopo aver saputo che si era andati a liberare la Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II, si sono fatti sbarcare a Talamone, in terra toscana. Contemporaneamente sbarcano dall’Intrepid dei marinai inglesi anch’essi di rosso vestiti che si mischiano alle “camicie rosse”, in modo da impedire ai napoletani di sparare.
Napoli invia proteste ufficiali a Londra per la condotta dei due bastimenti inglesi ma a poco serve.
Garibaldi e i suoi sbarcano nell’indifferenza dei marsalesi e la prima cosa che fanno è saccheggiare tutto ciò che è possibile.
Il 13 Maggio Garibaldi occupa Salemi, stavolta nell’entusiasmo perché il barone Sant’Anna, un uomo potente del posto, si unisce a lui con una banda di “picciotti”. Da qui si proclama “dittatore delle Due Sicilie” nel nome di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia”.
Il 15 Maggio è il giorno della storica battaglia di Calatafimi. I mille sono ora almeno il doppio; vi si uniscono “picciotti” siciliani, inglesi e marmaglie insorte, e sfidano i soldati borbonici al comando del Generale Landi. La storiografia ufficiale racconta di questo conflitto come di un miracolo dei garibaldini ma in realtà si tratta del risultato pilotato dallo stesso Generale borbonico, un corrotto accusato poi di tradimento.
I primi a far fuoco sono i “picciotti” che vengono decimati dai fucili dei soldati Napoletani.
Il Comandante borbonico Sforza, con i suoi circa 600 uomini, assalta i garibaldini rischiando la sua stessa vita e mentre il Generale Nino Bixio chiede a Garibaldi di ordinare la ritirata il Generale Landi, che già ha rifiutato rinforzi e munizioni a Sforza scongiurando lo sterminio delle “camicie rosse”, fa suonare le trombe in segno di ritirata. Garibaldi capisce che è il momento di colpire i borbonici in fuga e alle spalle, compiendo così il “miracolo” di Calatafimi. Una battaglia che avrebbe potuto chiudere sul nascere l’avanzata garibaldina se non fosse stato per la condotta di Landi che fu accusato di tradimento dallo stesso Re Francesco II e confinato sull’isola d’Ischia; non a torto perché poi un anno più tardi, l’ex generale di brigata dell’esercito borbonico e poi generale di corpo d’armata dell’esercito sabaudo in pensione, si presenta al Banco di Napoli per incassare una polizza di 14.000 ducati d’oro datagli dallo stesso Garibaldi ma scopre che sulla sua copia, palesemente falsificata, ci sono tre zeri di troppo. Landi, per questa delusione, è colpito da ictus e muore.
Garibaldi, ringalluzzito per l’insperata vittoria di Calatafimi, s’inoltra nel cuore della Sicilia mentre le navi inglesi, sempre più numerose, ne controllano le coste con movimenti frenetici. In realtà la flotta inglese segue in parallelo per mare l’avanzata delle camicie rosse su terra per garantire un’uscita di sicurezza.
Intanto sempre gli inglesi fanno arrivare in Sicilia corposi rinforzi, armi e danari per i rivoltosi e preziose informazioni da parte di altri traditori vendutisi all’invasore per fare del Sud una colonia. Le banche di Londra sono piene di depositi di cifre pagate come prezzo per ragguagli sulla dislocazione delle truppe borboniche e di suggerimenti dei generali corruttibili, così come di tante altre importantissime informazioni segrete.
Garibaldi entra a Palermo e poi arriva a Milazzo ormai rafforzato da uomini e armi moderne e l’esito della battaglia che li si combatte, a lui favorevole, é prevalentemente dovuto all’equipaggiamento individuale dei rivoltosi che hanno ricevuto in dotazione persino le carabine-revolver americane “Colt” e il fucile rigato inglese modello “Enfield ‘53”.
Quando l’eroe dei due mondi passa sul territorio peninsulare, le navi inglesi continuano a scortarlo dal mare e anche quando entra a Napoli da Re sulla prima ferrovia italiana ha le spalle coperte dall’Intrepid (chi si rivede) che dal 24 Agosto, insieme ad altre navi britanniche, si muove nelle acque napoletane.
Il 6 Settembre, giorno della partenza di Francesco II e del concomitante arrivo di Garibaldi a Napoli in treno, il legno britannico sosta vicino alla costa, davanti al litorale di Santa Lucia, da dove può tenere sotto tiro il Palazzo Reale. Una presenza costante e incombente, sempre minacciosa per i borbonici e rassicurante per Garibaldi, una garanzia per la riuscita dell’impresa dei “più di mille”. l’Intrepid lascia Napoli il 18 Ottobre 1860 per tornare definitivamente in Inghilterra dando però il cambio ad altre navi inglesi, proprio mentre Garibaldi, “dittatore di Napoli”, dona agli amici inglesi un suolo a piacere che viene designato in Via San Pasquale a Chiaia su cui viene eretta quella cappella protestante che Londra aveva sempre voluto costruire per gli inglesi di Napoli ma che i Borbone non avevano mai consentito di realizzare. Lo stesso accadrà a Palermo nel 1872.
Qualche mese dopo, la città di Gaeta che ospita Francesco II nella strenua difesa del Regno è letteralmente rasa al suolo dal Generale piemontese Cialdini, pagando non solo il suo ruolo di ultimo baluardo borbonico ma anche e soprattutto l’essere stato nel 1848 il luogo del rifugio di Papa Pio IX, ospite dei Borbone, in fuga da Roma in seguito alla proclamazione della Repubblica Romana ad opera di Giuseppe Mazzini, periodo in cui la città assunse la denominazione di “Secondo Stato Pontificio”.
Scompare così l’antico Regno di Ruggero il Normanno sopravvissuto per quasi otto secoli, non a caso nel momento del suo massimo fulgore.
Dieci anni dopo, nel Settembre 1870, la breccia di Porta Pia e l’annessione di Roma al Regno d’Italia decreta la fine anche dello Stato Pontificio e del potere temporale del Papa, portando a compimento il grande progetto delle massonerie internazionali nato almeno quindici anni prima, volto a cancellare la grande potenza economico-industriale del Regno delle Due Sicilie e il grande potere cattolico dello Stato Pontificio. Il Vaticano, proprio da qui si mondanizza per sopravvivenza e comincia ad affiancarsi alle altre supremazie mondiali che hanno cercato di eliminarlo.
Garibaldi, pochi anni dopo la sua impresa, è ospite a Londra dove viene accolto come un imperatore. I suoi rapporti con l’Inghilterra continuano per decenni e si manifestano nuovamente quando, intorno alla metà del 1870, il Generale è impegnato nell’utopia della realizzazione di un progetto faraonico per stravolgere l’aspetto di Roma: il corso del Tevere entro Roma completamente colmato con un’arteria ferroviaria contornata da aree fabbricabili. Da Londra si tessono contatti con società finanziarie per avviare il progetto ed arrivano nella Capitale gli ingegneri Wilkinson e Fowler per i rilievi e i sondaggi. È pronta a realizzare la remunerativa follia la società britannica Brunless & McKerrow che non vi riuscirà mai perché il progetto viene boicottato del Governo italiano.
L’ideologia nazionale venera i “padri della patria” che operarono il piano internazionale, dimenticando tutto quanto di nefasto si raccontasse di Garibaldi, un avventuriero dal passato poco edificante. L’Italia di oggi festeggia un uomo condannato persino a “morte ignominiosa in contumacia” nel 1834 per sentenza del Consiglio di Guerra Divisionale di Genova perché nemico della Patria e dello Stato, motivo per il quale fuggì latitante in Sud America dove diede sfogo a tutta la sua natura selvaggia.
In quanto a Cavour, al Conte interessava esclusivamente ripianare le finanze dello Stato piemontese, non certo l’unità di un paese di cui non conosceva neanche la lingua, così come Vittorio Emanuele II primo Re d’Italia, benché non a caso secondo di nome nel solco di una continuazione della dinastia sabauda e non italiana. Non a caso il 21 Febbraio 1861, nel Senato del Regno riunito a Torino, il nuovo Re d’Italia fu proclamato da Cavour «Victor-Emmanuel II, Roi d’Italie», non Re d’Italia.

 


Fonte


Carne: quello che non vorresti sapere

La carne, che sia di pollo, mucca, maiale o pesce, è alla base dell’alimentazione della maggior parte delle persone.
Si pensa in generale che la carne faccia bene, sia alla salute che alla crescita dei bambini, ma sempre maggiori sono le ricerche e le scoperte di quanto in realtà faccia poco bene la carne.

E’ facile usare una bistecca in cucina, contiene ferro e vitamine e tanti principi nutritivi, ma sono cose che possiamo trovare in altri cibi in egual misura e a volte anche in maggiori quantità, prendiamo ad esempio gli omega tre, acidi grassi buoni ottimi per la salute del nostro corpo, la gente ne sente parlare e pensa al pesce… eppure nell’olio di semi di lino ce n’è una quantità quindici volte superiore che nel tonno fresco (il più ricco di Ω3).

Ma non volevo parlarvi di quanto sia meglio evitare la carne piuttosto che affiancarsi ad un regime vegetariano, volevo rendervi partecipi di cosa c’è dietro alla carne, di cosa vuol dire mangiare carne, della vita che fa e della morte atroce alla quale sono sottoposti gli animali dai quali prendiamo la carne.

A parlare dell’inferno dei polli fu un americano, Jonathan Safran Foer, che nel 2009 pubblicò un libro sugli allevamenti intensivi di pollo e pesce negli USA:Eating Animals

Dopo 3 anni passati a “vivere” quell’abominio, Foer commentò così: «Se la gente sapesse quale cocktail micidiale di farmaci viene inserito nella bistecca o nel pollo che compriamo al supermercato, quale dose di sofferenza contiene quella carne, quante risorse del pianeta vengono impegnate per produrla, forse non diventerebbe vegetariana, ma comincerebbe a mangiare in modo più responsabile» ...





Ecco in poche righe cosa subisce una gallina:

Vive in gabbie di fil di ferro lunghe fino a 147 metri e larghi 13,5 insieme ad altre 33.000 galline adulte 
Viene alimentata con semi e grano in polvere
Viene presa per le zampe e gettata in casse refrigerate
Le si rompono le ossa o muore per congelamento
Viene appesa per le zampe e immersa in acqua dove viene stordita a morte con la corrente elettrica (se è fortunata)
Viene sollevata e sgozzata, se ancora viva, muore dissanguata in un alenta agonia.
Viene immersa in una fecal soup (chiamata così perchè la gallina se ancora viva rilascia instantaneamente le sue feci mentre viene spiumata in acqua calda)


Facing Animals è un documentario sul complesso e spesso bizzarro rapporto tra uomo e animale. 
Perché ci giriamo dall’altra parte quando ci sono milioni di animali negli allevamenti industriali, 
mentre coccoliamo ed umanizziamo gli altri?


Ma Foer nel suo libro parla anche dei pesci, che non hanno vita migliore delle galline, tenuti in piscine zeppe di animali, infestate dai pidocchi senza poter respirare, molti muoiono e rimangono li a marcire nella vasca. Quelli più grossi vengono pescati con delle reti, quelli feriti e sanguinanti vengono messi subito in congelatore, ci mettono 15 minuti a morire, dissanguati e congelati… e non parliamo della pesca a strascico, che raspa via tutto dai fondali senza istinzione danneggiando il delicato ecosistema marino.

E questo è solo quello che riguarda il pollo e il pesce da “banco“, quella carne che costa poco, che non è così pregiata… ma se lo meritano? Le galline, i pesci… si meritano questo? Si meritano di essere carne da poco, dopo tutta la loro sofferenza?



Non che la carne più cara tipo mucca, per non parlare di cavallo o altre stranezze che si possono trovare sui banchi del macellaio, sia meno vittima della crudeltà umana… ma voglio dire: davvero possiamo accettarlo? Io non voglio che dall’oggi al domani dopo questo mio articolo voi diveniate vegetariani e combattiate per qualcosa in cui non credete, io voglio solo che ve ne rendiate conto, che quando prenderete un pollo in rosticceria sappiate cosa c’è dietro. 
Se ne siete consapevoli allora è una vostra scelta, e potete continuare a farla fin che volete, ma non voglio sentire gente che dice: “Io non lo sapevo”…. 
Perché la morte non è niente rispetto al dolore alle barbarie e allo schifo che c’è dietro il mercato della carne.


Fonte: http://feedproxy.google.com/~r/LaCrepaNelMuro/~3/7Px8XZNzHEQ/carne-quello-che-non-vorresti-sapere.html

mercoledì 2 aprile 2014


L’austerity e i problemi strutturali italiani

Il minimo che ci si aspetterebbe da una politica di risanamento dei conti pubblici è che sia almeno consistente col proprio obiettivo, rendendo più sostenibili (qualsiasi cosa questo concetto significhi) le finanze pubbliche. Andando oltre, è lecito chiedersi se gli inevitabili costi del risanamento abbiano pesato nella stessa misura su sistemi economici segnati da diverse caratteristiche istituzionali e produttive. Guardando ai numeri sembra che il rigore fiscale, mal concepito e peggio attuato attraverso l’Europa, abbia finito per nuocere in particolare ai sistemi economici più vulnerabili (specie per deficienze del settore privato) e quindi non in grado di sopportare un brusco e profondo riequilibro dei conti pubblici. La legittima richiesta di un cambiamento della politica economica interna o dei vincoli europei dovrebbe perciò abbinarsi ad un’azione di cambiamento strutturale del modello di sviluppo.

Le varie riforme intraprese dal 2010 per rafforzare la sorveglianza delle politiche fiscali e macroeconomiche e per creare dei meccanismi di gestione delle crisi sono state l’esito di un processo lungo con frequenti stop-and-go e irragionevolmente tortuoso. In alcuni casi gli strumenti adottati sono poco coerenti con gli obiettivi iniziali[1], i quali partivano a loro volta da analisi incomplete e non obiettive dell’origine della crisi e (anche nel caso la lettura della crisi fosse esatta) della maniera per superarla. Si tratta di analisi e soluzioni che incorporano le caratteristiche dei sistemi economici e culturali degli Stati del centro-nord i quali, dopo aver imposto nel 1998 la teoria e prassi monetaria da sempre praticata in casa loro, hanno approfittato dell’emergenza provocata della crisi economica per imporre un modello economico e fiscale in linea con propri interessi in quanto creditori, a discapito della solidarietà che dovrebbe contraddistinguere i partner di un’unione monetaria. 

Come spesso accade nelle faccende economiche, non si è imposta la posizione più efficiente. Semplicemente è prevalsa l’espressione degli interessi dei paesi più potenti politicamente ed economicamente (con un forte parallelismo con quanto accade nella teoria economica)[2]

La riduzione del 3% del deficit nominale e strutturale dei 27 paesi dell’Unione tra il 2010 ed il 2013 è un risultato che dimostrerebbe l’efficacia dell’austerity se non altro limitatamente al suo obiettivo naturale. La riduzione strutturale è stata maggiore nei paesi con maggiori disequilibri fiscali iniziali (fig.1), ma ha interessato in maniera sensibile anche i paesi con disavanzi strutturali poco superiori al 3 per cento e con costi di finanziamento molto bassi. Il fatto che l’entità della riduzione del deficit strutturale sia identica a quella nominale indica però che il ciclo economico mediamente non sia migliorato durante il periodo considerato, malgrado il battage sui presunti effetti espansivi dei consolidamenti. Nel 2009 l’output gap medio (la differenza tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale) era il 3,5 per cento del Pil potenziale e dopo una breve discesa fino al -1,3, nel 2013 è risalito ancora al -2,8. Il nuovo peggioramento del ciclo ha molto a che vedere con la stretta fiscale.

Il giudizio sulla consistenza dell’austerity diventa ancora più incerto se si guarda al principale indicatore di sostenibilità. Il rapporto medio del debito pubblico rispetto al Pil tra il 2009 e il 2013 è aumentato di circa 15 punti[3]. Nella area dell’Euro la dinamica è stata trainata specialmente dall’alto differenziale tra interessi e crescita, malgrado tassi nominali sempre poco superiori allo zero (fonte: Commissione Europea, Public Finance in EMU 2013). L’aumento degli spreads e la recessione hanno quindi vanificato i miglioramenti realizzati sul piano fiscale. 

Riassumendo, dal 2010 i paesi creditori hanno imposto un’identica politica fiscale che non è riuscita a migliorare il ciclone ad evitare l’incremento del debito pubblico. La riduzione dei deficit è interpretabile come un risultato positivo solo utilizzando la miope logica numerica delle regole fiscali europee. 

Per giudicare gli effetti dell’austerity sul tasso di crescita dell’economia nel periodo dal 2010 al 2013 basta una semplice regressione lineare su dati cross-section dei paesi della UE, utilizzando come indicatore del profilo di politica fiscale (fiscal stance) la variazione complessiva del saldo strutturale (cioè al netto del ciclo, in modo da evitare complicazioni statistiche legate all’endogeneità tra Pil e deficit nominale, e delle misure una tantum) calcolato dalla Commissione Europea[4].

Il campione è stato inizialmente diviso a seconda che la crescita complessiva dal 2010 al 2013 sia stata o meno superiore alla media della UE (3,36%). Nel quinquennio precedente la grande crisi, crescita e profilo delle politiche fiscali sono stati statisticamente identici tra i due gruppi di paesi. La crescita sostenuta e quasi generalizzata di quegli anni (in cui il prodotto aumentò in media di oltre il 12 per cento) non è stata certo dovuta ad una politica fiscale espansiva: i dati parlano infatti di un orientamento leggermente anticiclico (0,38% di consolidamento). Ovviamente esistevano altri fattori (bolle immobiliari e bancarie, domanda dei BRICs) che permettevano pressappoco a tutti i paesi di crescere a livelli vicini al proprio potenziale.

A partire dal 2010, nel totale del campione emerge il chiaro effetto negativo del aggiustamento fiscale sulla crescita (fig.1); ogni punto di riduzione del deficit strutturale ha infatti comportato un costo di 1,21 punti di Pil, un valore in linea con molte stime sull’entità dei moltiplicatori in tempo di crisi[5]. L’austerity pesa perché è molto più intensa (3 per cento del Pil) e anche perché molti dei precedenti fattori esogeni sono venuti meno.



 



Guardando i sotto campioni si trova però che il freno dell’austerity ha morso solo negli 11 paesi in cui la crescita è stata più bassa della media. L’effetto negativo non è presente negli altri paesi, cresciuti in media di quasi 9 punti percentuali malgrado un notevole grado di rigore (2% di Pil in media) statisticamente non diverso da quello dei paesi a bassa crescita. 

L’Italia condivide col Portogallo la poco invidiabile caratteristica di unici Stati cresciuti meno della media sia prima sia dopo la grande crisi. Conta anche la composizione dell’aggiustamento: rispetto al quinquennio precedente, tra il 2009 ed il 2013 l’Italia ha ridotto di 0,24 punti di Pil i già bassi investimenti pubblici in capitale fisso, meno di quanto fatto da altri paesi in recessione ma comunque una scelta opposta rispetto a quella dei membri del gruppo “virtuoso”, i quali anche durante il consolidamento dei conti hanno trovato il modo per incrementare di 0,67 punti di Pil in media gli investimenti pubblici. Si tratta di una scelta che funziona al tempo stesso da misura anticiclica e da strumento per aumentare il potenziale di crescita dell’economia[6].

Queste informazioni sono ovviamente provvisorie e suscettibili di smentita da analisi che includano un insieme più ampio di variabili per dare conto di altre differenze, ad esempio di competitività o di spesa pubblica sacrificata sull’altare del debito. Bastano però a capire come mai alcuni paesi non abbiano sentito la necessità di praticare un allentamento del rigore interno. Inoltre, esse ci ricordano che in presenza di una crisi strutturale vengono in superficie le differenze[7] originate dalla diversa maniera in cui si sono andati modellando nel tempo gli assetti istituzionali che condizionano la performance di ogni sistema. 

La dinamica dei capitalismi è condizionata principalmente da come vengono risolti i conflitti generati dalla presenza di gruppi o classi sociali portatori d’interessi divergenti, determinando quindi il modo in cui si incontrano domanda ed offerta[8]. Il successo del modello tedesco, ad esempio, non è comprensibile guardando solo alla riduzione del cuneo fiscale o ad altre misure spacciate per necessarie in Italia. Tali provvedimenti legislativi sono stati la conseguenza e non il presupposto di interessi sociali conflittuali che si sono conciliati tramite una serie di compromessi sociali strutturati attorno ad un modello produttivo trainato dalle esportazioni (export-led) capace di generare il consenso politico necessario alla sua riproduzione. 

Gli assetti tipici di un sistema sono difficilmente innestabili su un altro, al contrario di quello che pensano i fautori delle “riforme strutturali” (il degno complemento teorico degli “aggiustamenti fiscali espansivi”). Un ripensamento collettivo della maniera in cui sono regolati i processi di produzione, distribuzione e accumulazione del prodotto può costruire le condizioni per cui il necessario rilancio della domanda interna possa avere effetti positivi sull’occupazione senza creare nuovi squilibri esterni[9], tramite la creazione, per la prima volta in Italia, di un circolo virtuoso tra domanda più elevata e offerta di migliore qualità.

Per coglierne la necessità potrebbe bastare un elenco di alcuni tra i noti limiti dell’attuale assetto: specializzazione produttiva, dimensionale, geografica antiquate, basso grado d’innovazione e di investimenti privati in ricerca e sviluppo, bassa crescita di produttività e quindi dei salari, basso tasso di partecipazione al mercato del lavoro (di giovani e donne in primis), basso tasso di riuscita scolastica, evasione fiscale elevatissima, sperequazione di redditi e ricchezze, pubblica amministrazione piena di personale a volte molto qualificato e sempre poco motivato. 

Iniziare a “sbattere i pugni” da noi renderebbe molto più facile farlo poi a Bruxelles. 







[1] Pensiamo all’insufficiente dotazione finanziaria del meccanismo di stabilità o all’incapacità dell’accordo raggiunto finora sull’Unione Bancaria nello spezzare il legame vizioso tra banche e Stati.

[2] La stessa tortuosità dei negoziati è sembrata spesso una tecnica per mettere alle strette i paesi più colpiti della emergenza.
[3] Questo dato può essere leggermente ridimensionato considerando le ricapitalizzazioni bancarie (il dato Eurostat per il 2012 parla di un impatto del 5,5 per cento) ed i contributi dei paesi dell’area dell’euro per la c.d. solidarietà finanziaria (attorno al due per cento).
[4] Tutti i dati utilizzati vengono da banche dati pubbliche della Commissione Europea (Ameco e Eurostat).
[5] Si tratta di un risultato robusto a diverse specificazioni delle variabili. E’ importante riconoscere che il beta non è statisticamente diverso da zero escludendo dal campione il dato della Grecia, la quale rappresenta quel che si definisce un’osservazione influente (leverage oltre la soglia critica). Riteniamo però che sia necessario mantenerla nel campione non perché la Grecia rappresenti il caso di scuola dell’effetto del consolidamento sulla crescita (il che è come nascondere il coniglio nel cilindro) ma perché molta dell’austerity e della recessione praticata nei paesi europei e più vulnerabili non può essere spiegata senza considerare gli effetti della crisi greca (rischio contagio, euro break-up etc.) tra il 2011 ed il 2012.
[6] L’aumento del pil potenziale (misurato dalla Commissione Europea secondo una metodologia ufficialmente condivisa tra i paesi ma in realtà molto discussa che si basa unicamente su una funzione di produzione Cobb-Douglas e che ignora il ruolo della domanda aggregata) permette di ridurre la pressione sui conti pubblici, in quanto a parità di crescita effettiva ci si troverà di fronte ad un maggiore output gap e quindi si amplierà la distanza tra deficit nominale e strutturale (il principale indicatore nella procedura di sorveglianza fiscale).
[7] Differenze che il modello economico e politico su cui è costruita l’Europa ha tutt’altro che aiutato a diminuire.
[8] Il riferimento obbligato per approfondire questa modo di interpretare il capitalismo è M. Aglietta, “A Theory of Capitalistic Regulation” Verso Classic 2001. Si veda anche A. Fumagalli e S. Lucarelli, “La finestra di fronte. La théorie de la régulation vista dall’Italia” introduzione a R.Boyer, Fordismo e Postfordismo. Il pensiero regolazionista, UBE, Milano, 2007.
[9] Dal lato della politica fiscale, pur non onnipotente, occorre scegliere il modello economico che si intende privilegiare nell’ambito della composizione della politica tributaria e di spesa. Sostenere la domanda, privata e pubblica, è molto diverso dal concentrarsi su interventi sull’offerta i quali, nella speranza che la domanda interna possa seguire, nel frattempo la sostituiscono con quella esterna tramite una deflazione salariale che produce effetti depressivi interni permanenti.

Fonte: http://www.economiaepolitica.it/index.php/nuovi-assetti-del-capitale/lausterity-e-i-problemi-strutturali-italiani/


Caso Electrolux: il vero cuneo è quello dell’euro

Il caso Electrolux, con la richiesta della multinazionale svedese di una drastica riduzione dei salari per evitare il trasferimento della produzione in Polonia, ha di nuovo acceso i riflettori sul cuneo fiscale e sulla bassa produttività del lavoro come cause primarie della perdita di competitività dell’industria italiana[1]. Sono davvero queste le ragioni fondamentali che spingono le imprese alla delocalizzazione produttiva?

Nella tabella[2] seguente sono riportati alcuni dati comparativi tra l’Italia e la Polonia, relativi alle retribuzioni e alla produttività del lavoro:



Le prime due colonne sono quelle che maggiormente interessano alle imprese nella scelta di localizzazione degli impianti. Esse mostrano come il salario lordo espresso in euro di un lavoratore polacco è poco più di un terzo di quello italiano, a fronte di una produttività media annua pari a due terzi. Ciò vuol dire che, investendo in Polonia la stessa somma di euro spesa per impiegare un lavoratore in Italia, un’impresa occuperebbe 2,82 lavoratori polacchi e produrrebbe un valore superiore di ben l’86%.

Le successive tre colonne sono invece quelle che più interessano ai lavoratori. La colonna 3 mostra l’incidenza del prelievo fiscale sulle retribuzioni in euro[3]. Dato il minor peso della tassazione, il livello salariale netto polacco raggiunge il 44,4% di quello italiano. Nelle colonne 4 e 5 i salari sono espressi in termini di parità dei poteri d’acquisto (PPPs) in dollari. Questa unità di misura garantisce un più veritiero confronto perché consente di eliminare le distorsioni derivanti dalle diverse monete, l’euro e lo zloty, e dai differenti livelli dei prezzi esistenti nei due Paesi. In tal modo, il livello retributivo polacco recupera terreno su quello italiano arrivando al 62,4% in termini lordi e al 78% in quelli netti. Quali conclusioni si possono trarre da tale confronto?

La prima conclusione è che il cuneo fiscale, nelle componenti della tassazione sui salari e dei contributi sociali, rappresenta una causa secondaria della minore competitività italiana. Se in Italia, a parità di salario netto, si applicasse lo stesso prelievo fiscale della Polonia, il salario lordo polacco sarebbe pari al 40,8% di quello italiano, pur sempre di molto inferiore al divario di produttività. Le convenienze localizzative delle imprese non muterebbero di molto rispetto alla situazione attuale.

Un’altra tesi ricorrente sostiene che il problema consista in una bassa produttività del lavoro[4]. Questa tesi è però smentita dai valori della produttività espressi in PPPs riportati nella colonna 6 della tabella. In termini di potere d’acquisto la differenza tra i salari lordi italiani e polacchi è sostanzialmente allineata alla differenza di produttività, mentre per i salari netti è ben inferiore. Il rispetto della regola aurea, tanto cara all’economia neoclassica, dell’allineamento dei salari reali alla produttività del lavoro richiederebbe un aumento delle retribuzioni nette italiane di oltre l’11% rispetto a quelle polacche!

Rimane allora una sola possibile spiegazione dello svantaggio competitivo dell’Italia rispetto alla Polonia, cioè la sopravalutazione del tasso di cambio reale, riflessa nei dati espressi in PPPs. Poiché in entrambi i Paesi nel corso dell’ultimo quindicennio i prezzi hanno avuto un andamento analogo e abbastanza stabile[5], il disallineamento del cambio reale deriva in larga misura da una sottovalutazione dello zloty nei confronti dell’euro. Pertanto la convenienza di imprese, come l’Electrolux, alla delocalizzazione produttiva risiede nel fatto che l’Italia ha adottato l’euro, mentre la Polonia, pur facendo parte dell’Unione Europea da un decennio, ha mantenuto la propria moneta nazionale. Persino le differenti tassazioni sul lavoro possono esser fatte risalire a ciò, poiché il minor prelievo tributario polacco è compensato da un maggior deficit pubblico, che nel periodo 1999-2012 è stato pari in media annua al 4,6% del Pil contro il 3,2% di quello italiano. Non dovendo sottostare alle politiche di austerità imposte dall’appartenenza all’euro, la Polonia ha potuto così scegliere una pressione fiscale inferiore al costo di un maggiore indebitamento pubblico[6].

La seconda conclusione è che se i lavoratori italiani accettassero un taglio dei salari nominali dell’ordine del 30-40%, quale quello richiesto dall’Electrolux, avrebbero retribuzioni nette in termini di potere reale d’acquisto ben inferiori a quelle dei loro colleghi polacchi e sprofonderebbero ai limiti o addirittura sotto la soglia di povertà assoluta[7]. È del tutto evidente che una simile strada è impraticabile. Esistono allora soluzioni alternative alla desertificazione industriale dell’Italia?

Una prima soluzione consiste nell’avvio di una seria politica industriale per innalzare il livello tecnologico della struttura produttiva in modo da competere sulle fasce più alte e qualificate della domanda internazionale, poco sensibili alla concorrenza di prezzo[8]. Questa soluzione solleva però due obiezioni fondamentali. La prima riguarda la necessità, almeno nella fase iniziale, di forti investimenti statali in opere pubbliche, infrastrutture materiali e immateriali, incentivi mirati ed anche nella costituzione di nuove e dinamiche imprese pubbliche nei settori innovativi a più alto rischio. Gli attuali vincoli posti dal Fiscal Compact, non consentono tali spese. La seconda obiezione è che anche qualora si reperissero le risorse, magari attraverso un allentamento della politica europea di austerità, questa strategia avrebbe tempi lunghi e non produrrebbe effetti di rilievo sull’occupazione e sulla produzione manifatturiera prima di parecchi anni. Nel frattempo la crisi economica e industriale sta precipitando, le imprese procedono alla chiusura degli stabilimenti e, quindi, si richiedono risposte immediate, a pena d’inevitabili sommovimenti politici e sociali.

Esiste però un’altra soluzione, non alternativa alla prima, ma a essa propedeutica: quella del recupero della sovranità monetaria nazionale attraverso la fuoriuscita unilaterale dell’Italia dall’euro. In tal modo, da un lato si amplierebbero i margini finanziari per politiche di investimento pubblico, oggi represse dai vincoli imposti dalla Troika, e dall’altro lato si ripristinerebbe un valore corretto del tasso di cambio, allineato con l’andamento dei fondamentali macroeconomici, con i Paesi a noi più direttamente concorrenti, come quelli dell’Europa orientale e di altre aree emergenti. Gli effetti di una tale decisione sulla produzione industriale sarebbero immediati e allenterebbero la morsa della crisi sociale in atto, dando quel respiro, oggi mancante, all’avvio di politiche pubbliche di riconversione produttiva e ambientale dell’intero sistema economico italiano.

In conclusione, il caso Electrolux dimostra come la questione della sostenibilità di un’unione monetaria non riguarda soltanto i meccanismi di aggiustamento degli squilibri interni, analizzati dalla teoria delle aree valutarie ottimali[9], ma attiene anche alla problematica conduzione di un unico e comune tasso di cambio verso i Paesi esterni all’area. L’attuale ordine monetario dell’Unione Europea, fondato sull’euro e su una pluralità di altre monete nazionali, è fonte di gravi e perversi squilibri, che alla fine rischiano di innescare processi di disintegrazione economica con il ritorno a politiche protezionistiche e nazionaliste in tutta Europa[10]. Anche per chi sostiene la necessità di ripristinare la sovranità monetaria nazionale, si pone quindi il problema della ridefinizione di un nuovo sistema monetario europeo[11], a meno di ipotizzare il ritorno a condizioni di autarchia come quella sperimentata con gravi danni dall’Italia nel corso degli anni Trenta del secolo scorso.

[1] Così, ad esempio, il senatore e giuslavorista Pietro Ichino ha commentato la vicenda Electrolux: “Un costo del lavoro gravato da un prelievo fiscale e contributivo eccessivo; un livello medio troppo basso di produttività; la chiusura del nostro sistema agli investimenti esteri, che per lo più portano con sé piani industriali innovativi, che a loro volta aumentano la produttività del lavoro”, cfr. Ichino: “Electrolux, emblema di un sistema in crisi. Altro che ricatto”, il Piccolo, 29 gennaio 2014. Sulla stessa lunghezza d’onda è anche Alberto Orioli, Quel cuneo su auto e lavatrici, Il sole 24 ore, 30 gennaio 2014.
[2] I dati ricavati dal database OECD sono calcolati sul valore totale del GDP. I dati sulla produttività si riferiscono alla produttività annua per lavoratore e tengono conto del diverso ammontare di ore lavorate per occupato (1752 in Italia e 1929 in Polonia nel 2012).
[3] Secondo i dati OECD il prelievo fiscale lordo sul lavoro, comprensivo dei contributi sociali e previdenziali, era pari nel 2011 al 47,6% in Italia e al 34,3% in Polonia.
[4] La richiesta di Electrolux è stata preceduta da un documento dell’Unione Industriali Pordenone (redatto da un team composto tra gli altri da Cipolletta, Treu, Castro e Illy) in cui, oltre al taglio dei salari, si propone un aumento della flessibilità della manodopera per incrementare la produttività, cfr. Pordenone, laboratorio per una nuova competitività industriale.
[5] Cfr. Oecd - Consumer prices.
[6] A parità di altre condizioni, se l’Italia avesse potuto avere un deficit medio di bilancio pari a quello polacco, in valori attuali avrebbe avuto a disposizione ben 22 miliardi di euro all’anno negli ultimi 14 anni per ridurre le tasse o aumentare la spesa pubblica. Probabilmente le risorse sarebbero state maggiori perché la crescita del Pil ne avrebbe tratto benefici.
[7] La soglia di povertà assoluta ammonta a 922,41 euro mensili per una persona residente in un medio comune del Nord , cfr. Istat - calcolatore soglia di povertà.
[8] Per un’analisi della debolezza della specializzazione produttiva italiana cfr. Stefano Lucarelli, Daniela Palma e Roberto Romano, Il sostegno agli investimenti in un’economia tecnologicamente in ritardo, in Economia e Politica, 20 novembre 2013.
[9] Sui limiti della teoria delle aree valutarie ottimali cfr. Guido Iodice e Daniela Palma, Una critica alla Teoria delle Aree Valutarie Ottimali come spiegazione della crisi dell’euro, in keynesblog.com.
[10] Emblematica è in questo senso la posizione espressa da Marine Le Pen: contre le chomage, encore et toujours le protectionnisme, in Le Monde, 25 ottobre 2013.
[11] Su questi aspetti cfr. Andrea Ricci, Uscita dall’euro e integrazione europea: un binomio possibile, in sinistrainrete.info, 13 gennaio 2014 e Enrico Grazzini, Gli scenari dell’euro, in Economia e Politica, 11 gennaio 2014.

Fonte: http://www.economiaepolitica.it/index.php/lavoro-e-sindacato/caso-electrolux-il-vero-cuneo-e-quello-delleuro/

martedì 1 aprile 2014


Guida al menu «Modifica» in Gimp: Riempire e Delineare.

GIMP è uno strumento multipiattaforma per l'elaborazione di immagini fotografiche e l'acronimo GIMP sta appunto per GNU Image Manipulation Program. GIMP è adatto ad una grande varietà di differenti elaborazioni di immagine inclusi il foto ritocco, la composizione e la creazione di immagini.
GIMP è molto flessibile. Può essere usato come semplice programma di disegno, come programma per il fotoritocco professionale, come sistema di elaborazione bach in linea, come restitutore di immagini prodotte automaticamente, come convertitore di formati di immagine e altro ancora.
GIMP è espandibile ed estensibile. È stato progettato per essere ampliato con plug-in ed estensioni per fare praticamente qualsiasi cosa. L'interfaccia avanzata di scripting semplifica la conversione in procedura dal compito più semplice fino all'elaborazione di immagini più complessa.
Uno dei vantaggi di GIMP è la sua libera disponibilità per molti sistemi operativi. Molte distribuzioni GNU/Linux lo includono come applicazione standard. GIMP è disponibile anche per altri sistemi operativi come Microsoft Windows™ o Apple Mac OS X™ (Darwin). GIMP è un'applicazione di Software Libero coperta dalla licenza General Public License (GPL). La licenza GPL garantisce agli utenti la libertà di accesso e di modifica del codice sorgente del programma a cui è applicata.
gimp_photo_03 
Riempi con il colore di sfondo.

Il comando riempi con il colore di sfondo riempie la selezione del livello attivo con il colore in tinta unita mostrato nella parte dedicata al colore di sfondo del pannello degli strumenti (il colore viene mostrato anche a sinistra della voce di menu). Se alcune aree dell'immagine sono solo parzialmente selezionate (per esempio, come risultato di una selezione sfumata), esse vengono riempite in proporzione alla selezione.
[Nota]
Nota
Notare che se l'immagine non possiede una selezione, viene riempito l'intero livello attivo.
Attivazione del comando.
  • È possibile accedere a questo comando dalla barra del menu immagine tramite Modifica → Riempi con il colore di sfondo,
  • o usando la scorciatoia da tastiera Ctrl+..
[Nota]
Nota

È possibile riempire una selezione anche facendo clic e trascinando il colore di sfondo dal pannello degli strumenti.
Riempi con il motivo.

Il comando riempi con motivo riempie la selezione dell'immagine con il motivo mostrato nell'area Pennello/Motivo/Gradiente del pannello degli strumenti (il motivo viene anche mostrato alla sinistra della voce del menu). Se alcune aree dell'immagine sono solo parzialmente selezionate (per esempio, come risultato di una selezione sfumata), esse vengono riempite in proporzione alla selezione.
È possibile selezionare un altro motivo usando la finestra di dialogo dei motivi.
[Nota]
Nota

Notare che se l'immagine non possiede una selezione, viene riempito l'intero livello attivo.
Attivazione del comando.
  • È possibile accedere a questo comando dalla barra del menu immagine tramite Modifica → Riempi con il motivo.
  • o usando la scorciatoia da tastiera Ctrl+;.
Delinea selezione

Il comando delinea selezione disegna (N.d.T.: ricalcandola come suggerisce il nome) una selezione nell'immagine. Ci sono due modi di delineare una selezione: con o senza l'uso di uno strumento di disegno. In pratica ciò significa che il bordo della selezione, evidenziato nell'immagine con una linea tratteggiata, viene «dipinto» dalla delineatura. Ci sono varie opzioni tramite le quali è possibile modificare la modalità di questa operazione.
[Nota]
Nota

Questo comando è attivo solo se l'immagine possiede una selezione attiva.
Attivazione del comando.
  • È possibile accedere a questo comando dalla barra del menu immagine tramite Modifica → Delinea selezione.
  • È possibile accedervi anche tramite l'editor della selezione.
La finestra di dialogo «Delinea selezione».
[Nota]
Nota

Le opzioni per la delineatura delle selezioni e dei tracciati sono le stesse. Si può trovare documentazione sulle opzioni presenti nella finestra di dialogo nella sezione dedicata al comando delinea tracciato.
Delinea tracciato.

Il comando delinea tracciato disegna un tracciato (N.d.T. ricalcandolo, come il nome del comando suggerisce) nell'immagine. Ci sono due modalità per delineare un tracciato: con o senza l'uso di uno strumento di disegno. Ci sono varie opzioni che possono essere usate per specificare la modalità della delineatura.
[Nota]
Nota

Questo comando è attivo solo se c'è un tracciato nell'immagine.
Attivazione del comando.
  • È possibile accedere a questo comando dalla barra del menu immagine tramite Modifica → Delinea tracciato.
  • Puoi anche accedervi facendo clic sul pulsante con lo stesso nome nella finestra di dialogo dei tracciati.
Descrizione della finestra di dialogo
La finestra di dialogo «Scegli lo stile della delineatura»
La finestra di dialogo Scegli lo stile della delineatura
La finestra di dialogo scegli lo stile della delineatura permette di sceglieretra la possibilità di disegnare il contorno del tracciato con le opzioni specificate oppure con uno strumento di disegno. Se si delinea un tracciato con uno strumento di disegno, verranno usate le opzioni correnti dello strumento scelto per l'operazione.
Delinea linea.
Il disegno del tracciato viene eseguito usando il colore di primo piano corrente, impostato nel pannello degli strumenti. Facendo clic sul triangolo presente vicino all'etichetta Stile linea, viene espansa la finestra di dialogo mostrando diverse opzioni aggiuntive:
Spessore linea
Usando questa casella è possibile impostare lo spessore del tratto da usare. L'unità di misura predefinita è il pixel, ma è possibile sceglierne una diversa tramite l'elenco a cascata.
Tinta unita / Motivo
È possibile scegliere se la linea deve essere disegnata con un tinta unita o con un motivo. Da notare che tinta unita e motivo sono distinti dal tratteggio. Se si seleziona una linea piena senza tratteggio, viene disegnata una linea continua con il colore di primo piano corrente. Se si seleziona una linea con un motivo senza tratteggio, viene disegnata una linea continua con il motivo corrente selezionato. Se si seleziona una linea con un motivo di tratteggio, il colore o il motivo sono ancora determinati dal colore di primo piano o dal motivo correnti. Cioè se si seleziona per esempio un motivo marmoreo e una linea tratteggiata, i tratti verranno disegnati con il motivo marmoreo.
Stile linea
Questo elenco a discesa contiene alcune opzioni dettagliate:
  • Stile pennino: è possibile scegliere la forma delle estremità di un tratto aperto, che può essere Tronco, Tondo o Quadro.
  • Stile giunzione: è possibile scegliere la forma delle giunzioni del tracciato tra Retto, Tondo e Smussato.
  • Limite spigolo: quando due segmenti di un tracciato sono collegati, la smussatura dello spigolo è determinata dal limite della giunzione. Se i tratti sono larghi e non viene effettuata nessuna estensione dei tratti, si formano dei gomiti appuntiti in corrispondeza delle giunzioni. L'impostazione del limite di spigolo determina come deve essere riempito lo spazio che si viene a creare nell'estensione della giunzione dei due tratti. È possibile impostare questo valore tra 0.0 e 100.0, usando il cursore o la casella di immissione testo e i suoi tastini a freccia di cui è corredata.

    Esempio di limite spigolo
    Sinstra: limite=0; destra: limite=5
  • Modello tratteggio: a livello di pixel, una linea tratteggiata viene disegnata sottoforma di serie di piccoli rettangoli. È possibile intervenire per modificare la forma e la frequenza di questi rettangoli. L'area nera presente all'interno delle righe verticali rappresenta i pixel del tratteggio. Se si fa clic su un pixel nero, lo si rimuove dalla riga, se invece si fa clic su un pixel bianco, lo si aggiunge alla riga. Le aree grigie indicano come verrà ripetuto il motivo nel disegno della riga tratteggiata.
  • Preimpostazione tratteggio: invece di crearsi il proprio motivo di tratteggio, è possibile scegliere tra uno dei disponibili nell'elenco presentato dal menu a tendina. Questo modello verrà presentato una volta selezionato nell'area del motivo del tratteggio, i modo da potersi fare un'idea di come questo apparirà una volta disegnato.
  • Antialiasing: i disegni di curve o di spezzate possono apparire squadrettati o a scalini. L'effetto antialiasing serve a sfumare questi difetti.
Delineare con uno strumento di disegno
Strumento di disegno
È possibile selezionare uno strumento di disegno, per delineare il tracciato, selezionandolo dal menu a tendina. Se si esegue questa scelta, le impostazioni dello strumento di disegno verranno prese dallo strumento correntemente selezionato invece che dalle impostazioni presenti nella finestra di dialogo.
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Fonte: http://nelregnodiubuntu.blogspot.com/2014/01/guida-al-menu-modifica-in-gimp-riempire.html

giovedì 27 marzo 2014


How to Share Single Internet Connection to Multiple Devices?


mhotspot is a free portable software, which is able to convert your WiFi enabled LAPTOP/PC running windows OS into a virtual WiFi hotspot and share your internet through WiFi to other laptops, smartphones, PDA's, Tablet, computers, or any other WiFi capable devices. Or, that may be your Android phone to get converted to the mobile WiFi hotspot to get all your other devices online.

Image and video hosting by TinyPic

Also, is the signal has limited range, device with mHotspot installed may be used as a repeater, .i.e., this device can increase the range of a WiFi network by generating an additional WiFi network as shown in the figure below, improving the connection strength and reliability.

Image and video hosting by TinyPic


Main Features:

* Connect up to 10 devices to the hotspot.
* You can set your own hotspot name without any restrictions.
* Application size is 400KB only.
* Share any type of Internet Connection (LAN, Ethernet, 3G/4G, Wifi etc).
* Android phones, ipads, PDAs, tablet-pcs and other devices can access.
* See the details of the connected device (Name, IP Address, and Mac Address).
* See the network usage (Upload and Download Speed, Transfer Rates).
* Secures your wireless hotspot with WPA2 PSK password security.
* Set maximum number of devices that can be connected.
* Extends your WiFi range (Acts as a repeater).
* In-app internet selection.
* Works with Windows 7, 8.
* Works on Android Smartphones.

Video Presentation:




Fonte: http://feedproxy.google.com/~r/FreeUtilitiesEvaluationAndReviews/~3/OT5-c8Wze0w/how-to-share-single-internet-connection.html

martedì 25 marzo 2014


Fukushima sta trasformando il Pacifico in un immenso cimitero?

Purtroppo si tratta di una delle notizie più sconvolgenti di cui abbiamo mai scritto su questo blog: il 98% dei fondali della California è cosparso di creature marine morte.

I media non lo hanno ancora diffuso, ma quanto sta accadendo nell’oceano californiano è sconvolgente.

La notizia è stata lanciata da National Geographic: fino a Marzo 2012 solo l’1% dei fondali del suddetto oceano era composto da creature defunte.
Da Luglio di quest’anno si parla invece del 98%. E’ come se l’intera area si fosse trasformata in una sorta di cimitero marino, brulicante di cadaveri in decomposizione.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of National Academy of Sciences, non ha ancora dimostrato alcuna correlazione con Fukushima, ma non è difficile immaginare uno stretto legame tra i due avvenimenti, anche perché negli ultimi 24anni non si era mai verificato nulla del genere.

La zona analizzata è la stazione M, che si trova a 145 miglia al largo tra le città californiane di Santa Barbara e Monterey.

Sembra che i governi e i media vogliano che noi tutti dimentichiamo Fukushima ed il catastrofico danno ambientale che ha procurato al nostro pianeta. Ma non potranno coprire la verità per sempre: la vita umana è strettamente legata alla salute degli oceani ed in particolar modo all’ossigeno che la vita marina crea e rilascia nella nostra atmosfera ...



A San Francisco, 1000 persone hanno allineato i loro corpi per scrivere sulla spiaggia “FUKUSHIMA IS HERE” ed essere fotografati dal cielo.

littleclub.blog.tiscali.it
L'International Pacific Research Centre dell'Università delle Hawaii ha creato un grafico sulla dispersione di sostanze radioattive di Fukushima:



Fonte: http://feedproxy.google.com/~r/LaCrepaNelMuro/~3/zhwoJStLOyE/fukushima-sta-trasformando-il-pacifico.html

lunedì 24 marzo 2014


Installare un ambiente LAMP in Linux: configurazione dei Virtual Host.

Iniziamo con il creare un file di testo che specifichi il nostro Virtual Host SSL:
# nano /etc/apache2/sites-available/default-ssl


e configuriamolo come segue:


NameVirtualHost *:443

<VirtualHost *:443>


    SSLEngine on


    SSLCertificateFile    /etc/apache2/ssl/apache.pem


    SSLCertificateKeyFile /etc/apache2/ssl/apache.pem


    ServerAdmin admin@dominio.org


    ServerName server.dominio.org


    ErrorLog /var/log/apache2/error_ssl.log


    LogLevel warn


CustomLog /var/log/apache2/access_ssl.log combined


    ServerSignature On


    DocumentRoot /var/www/apache2-default


    <Directory />


        Options FollowSymLinks


        AllowOverride None


    </Directory>


    <Directory /var/www/apache2-default>


        Options Indexes FollowSymLinks MultiViews


        AllowOverride None


        Order allow,deny


        allow from all


    </Directory>





    ScriptAlias /cgi-local/ /var/www/apache2-default/cgi-bin/


    ScriptAlias /cgi-bin/ /usr/lib/cgi-bin/





    <Directory "/var/www/apache2-default/cgi-bin">


         AllowOverride None


         Options None


         Order allow,deny


         Allow from all


    </Directory>





    <Directory "/usr/lib/cgi-bin">


        AllowOverride None


        Options None


        Order allow,deny


        Allow from all


    </Directory>





    Alias /icons/ "/usr/share/apache2/icons/"


    Alias /manual/ "/usr/share/doc/apache2-doc/manual/"


  
    <Directory "/usr/share/apache2/icons">


        Options Indexes MultiViews


        AllowOverride None


        Order allow,deny


        Allow from all


    </Directory>


</VirtualHost>


LAMP_software_bundle.svg


Apache non è in ascolto sulla porta 443, quella normalmente utilizzata da apache-ssl, e quindi lo dobbiamo istruire modificando il file /etc/apache2/ports.conf aggiungendo la riga:


Listen 443


Come ultima cosa, importantissima, bisogna attivare il sito che abbiamo appena creato (sempre utilizzando i comodi comandi che Apache2 ci mette a disposizione). Sarà quindi sufficiente un:


# a2ensite default-ssl


Un riavvio di Apache2 caricherà la nuova configurazione:


# /etc/init.d/apache2 force-reload





Installazione di PHP5.


Per avere il supporto a PHP5 è sufficiente installare il linguaggio di scripting e il relativo modulo di supporto ad Apache2:


# aptitude install php5 libapache2-mod-php5


A questo punto un riavvio di Apache è sufficiente:


# /etc/init.d/apache2 reload


Su tutte le Debian Squeeze c’è una correzione al volo da fare al file php.ini. Il problema è dovuto al parametro:


memory_limit = -1


Visto così sembrerebbe un flag disabilitato e ci aspetteremmo quindi che non ci sia alcun limite nella memoria allocabile, invece il comportamento è tutt’altro:


PHP Fatal error:  Allowed memory size of 33554432 bytes exhausted (tried to allocate 64 bytes) in /var/www/clients/client21/web54/web/XXXXXX.php on line 212


Per ovviare al problema, è bene specificare quale effettivamente è il limite di memoria che intendiamo imporre ad uno script php eseguito da linea di comando. Il parametro si trova nel file:


/etc/php5/cli/php.ini


E la modifica da effettuare è la seguente:


; Maximum amount of memory a script may consume (128MB)

; http://php.net/memory-limit


;memory_limit = -1


memory_limit = 128M


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reeder

Fonte: http://reubuntu.blogspot.com/2014/01/installare-un-ambiente-lamp-in-linux_24.html

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